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AREA DELLA SINISTRA TOSCANA

COMUNICATO STAMPA del 29.12.06

Mentre imperversa il neoliberismo come ideologia dominante, sotto cui si celano gli interessi di potenti lobbies e del grande capitale finanziario e transnazionale, procede la tendenza alla riduzione del nostro paese a un’economia di transito, con ulteriore riduzione del tessuto produttivo, la crescita  della speculazione immobiliare e della  rendita fondiaria e l’ulteriore riduzione del costo del lavoro  (vicenda  TFR e  prossimo intervento sulle pensioni).A ciò si aggiungono le manovre traversali sulla  legge elettorale e la grave subalternità agli Usa in  politica estera. Di fatto, così proseguendo il governo dell’Unione con il suo operato neoconservatore sta riconsegnando il paese in mano all’azione strumentale e demagogica della destra. Non possiamo altresì deprecare l’ambiguità della cosiddetta sinistra  dell’Unione stessa, incapace di svolgere un’azione incisiva sulle scelte governative, con il rischio sempre più evidente di logoramento e perdita di credibilità. Il “nodo” delle «grandi opere» e della mancante politica energetica e ambientale sono la cartina di tornasole che questo Governo prosegue la stessa logica del precedente (Tav, rigassificatori, inceneritori, etc.)  nonostante le iniziative democratiche contrarie con tanto di valide indicazioni alternative, che hanno coinvolto  intere popolazioni. In Toscana, sotto la Giunta Martini e della sua maggioranza tutto ciò avanza, coinvolgendo le stesse amministrazioni comunali e provinciali locali. Mentre denunciamo la mancanza del minimo senso di democrazia da parte di chi, nel contempo, lancia la foglia di fico della legge sulla «democrazia partecipata» - per poter dire che “si partecipa” alle sue decisioni -, esprimiamo la nostra preoccupazione per l’inconsistenza della sinistra presente nel centrosinistra toscano e la nostra ferma opposizione alla linea del Prc volta ad adeguarvisi - sulla linea pretestuosa di «superare l’anomalia toscana» e attuare una fumosa «sinistra dell’Unione» -, entrando nella maggioranza in Regione ed eliminando ogni referenza a livello istituzionale alle istanze, spinte, lotte di opposizione popolare e democratica alle scelte e alla gestione della giunta Martini. Mentre ribadiamo la nostra azione volta a favorire la ricomposizione e l’operatività di una sinistra degna di questo nome, in primo luogo nella nostra regione - dove non vi sono “pericoli di destra”, a meno che non si faccia di tutto per fare crescere la destra stessa -, dichiariamo tutto il nostro sostegno, teorico e politico, alle iniziative e battaglie in corso nei territori da parte dei Comitati contro gli inceneritori, i rigassificatori, la Tav e le speculazioni edilizie con la convinzione che al momento sono i soggetti più credibili per cambiare il sempre piú inaccettabile «stato di cose» che ci viene imposto. 

AREA DELLA SINISTRA TOSCANA

SEMINARIO NAZIONALE

La sinistra di fronte alla questione Mediorientale.

Sicurezza, Pace e Solidarietà Internazionale

Venerdí  13  ottobre, dalle 10 alle 17

Villaggio «La Brocchi», località Canicce, Via Faentina, Borgo S.Lorenzo, Firenze

Informazioni e comunicazioni: centralino: 055-8459800; cell. 338-1337573

Presentazione: ore 10. Mario Monforte

I° Sessione

Globalizzazione economica e guerra infinita (analisi del pensiero mondiale dominante, terrorismo, eserciti, risorse energetiche, il Pil della guerra, nuove armi, ecc.)

Introduzione: Siliano Mollitti

Discussione: 10.30-11.30

Intervallo: 11.30-11.40

 

II° Sessione

La pace: il ruolo dell’Onu e delle sue Agenzie.

Introduzione: Massimo De Santi

Discussione: 12-13

Pranzo: 13-14

 

III° Sessione

L’Europa che ripudia la guerra: Medio Oriente e questione palestinese.

Introduzione: Ubaldo Ceccoli

Discussione: 14.30-15.30

Dibattito generale 15.30-16.30

Conclusioni

 

INTERVENTI: Angelo Baracca, Alberto Burgio, Stefano Chiarini, Giulietto Chiesa, Marinella Correggia, Elzir Ezzedin, Tommaso Fattori, Mercedes Frias, Fosco Giannini, Ferdinando Imposimato, Gianluigi Pegolo, Francesco Martone, Vittorangelo Orati, Hamza Piccardo, Lidia Menapace, Mariano Mingarelli, Luisa Morgantini, Alfio Nicotra, Silvana Pisa, Alí Rashid, Fernando Rossi, Marco Santopadre, Massimo Villone.

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SEMINARIO NAZIONALE

La sinistra di fronte alla questione mediorientale.

Sicurezza, pace e solidarietà internazionale

PRESENTAZIONE Mario Monforte

Sulla «missione Unifil» in Libano appare esserci un’unanimità internazionale - dal Libano e dagli stessi Hezbollah ai palestinesi e a Israele, dagli Usa all’Europa, sotto l’egida dell’Onu - e si è compattato sempre nell’unanimità - almeno apparente, di esposizione pubblica - tutto lo schieramento politico, e massmediale, italiano. E non solo lo schieramento politico “ufficiale”, ma anche una rilevante parte dei cosiddetti «movimenti», ivi compreso quell’“insieme” che è il pacifismo.

È questo un dato di fatto: unanimismo - né manca, in Italia, anche una sottesa ripresa di un qualche ardore e orgoglio patriottico. È vero che le differenze e divergenze non mancano. Si può ben cominciare con quelle della destra - che pretende assurdamente che la «missione» vada a disarmare gli Hezbollah (vale a dire che riesca a fare ciò in cui l’esercito israeliano non è riuscito, ossia che continui la guerra per conto di Israele, e degli Usa), nel contempo richiedendo il riconoscimento della validità delle altre «missioni», comprese quelle decise dal precedente governo di destra - intanto si incancrenisce e si affonda la situazione in Afghanistan, recentemente «rifinanziata», per non parlare della situazione irachena. E si arriva ai distinguo vari della franta sinistra detta «radicale», «critica», alternativa», che insistono sulla «missione di pace», e su una serie di «se» e «ma», etc.

Tuttavia, tutto ciò è, in sostanza, politicamente effimero, ha funzioni di propaganda riguardo ai rispettivi bacini elettorali, e a ogni modo poco di piú. È il dato politico dell’unanimismo quello che conta. E con tanto di presunta copertura costituzionale: “si attua cosí l’art. 11 della Costituzione della Repubblica …” (copertura presunta, perché questa appare un’interpretazione piú che discutibile dell’art. 11, il quale recita «l’Italia ripudia la guerra …» - ma tant’è).

Certamente, restano dei settori e comparti dei «movimenti» (sempre piú residui, peraltro) e della sinistra che sono comunque contrari agli interventi militari, che continuano nelle iniziative contro la guerra, e non cambiano posizione, ma, almeno per il momento, con prevedibili scarsi esiti. E ancor piú restano dubbi e contrarietà, che però non riescono a tradursi in granché di fattivo, propositivo. Si è come spiazzati: si resta sostanzialmente in silenzio di fronte all’obiezione per cui “ma almeno sono cessati i massacri in Libano” - obiezione che magari non tiene in sufficiente conto la crescente impossibilità israeliana di continuare a condurre una guerra di quel genere e in quel modo, e sotto gli occhi del mondo, ma obiezione che ha pur un suo fondamento.

D’altra parte, non mancano lodi all’iniziativa italiana - del governo italiano che ha deciso di inviare truppe dello Stato italiano (manca ogni precisione terminologica, su questo e in genere, e non a caso) - da parte di governi e mass media europei, in primis di Francia e Germania (ma anche di Spagna), che mettono in luce il carattere «europeistico» dell’azione in Libano - ma, nel contempo, non sono mancate le benedizioni statunitensi, e l’assenso israeliano.

Fra i commentatori politici vi sono coloro che, in particolare, hanno messo in luce l’abilità del ministro degli Esteri, D’Alema, che è riuscito a realizzare questo unanimismo, all’esterno e all’interno. Non è evidente se si tratti tanto delle capacità di D’Alema quanto della pochezza dell’insieme della sinistra (ma questo è un altro, benché inerente, discorso), nonché dell’ambiguità in cui si muove la missione in Libano - ma, di nuovo, questo è quanto. E c’è, invece, tanto da dire su questo momento cruciale, come accade sempre quando un paese viene condotto dal suo governo e dal suo Stato a interventi militari di rilevante portata - mentre sul tutto è calato un sostanziale e pesante silenzio. Perciò occorre, invece, esaminare piú a fondo la situazione, perciò occorre riportarla all’attenzione e al dibattito, perciò, appunto, il contributo che intende dare questo seminario indetto dall’Area della sinistra toscana.

 

Tale ambiguità non è un’interpretazione, ma è anch’essa un dato di fatto: le forze armate dello Stato italiano hanno operato in Kossovo e lí ancora restano, in un quadro di attacco condotto a suo tempo contro la Serbia e nel sostegno a forze chiaramente «terroristiche» come l’Uck; le forze armate dello Stato italiano sono state schierate in Afghanistan e ancora là restano e resteranno, subendo delle prime perdite, nel caos creato dagli Usa e a supporto della loro «guerra permanente», a reggere un governo inconsistente che sta in piedi solo per il sostegno estero (ma, si dice,“è stato democraticamente eletto …”: si scambia per democrazia una procedura di voto, e anche questo è un altro discorso, benché sempre inerente); le forze armate dello Stato italiano sono state inviate in Iraq a sostenere l’occupazione statunitense e si ritireranno, ma mantenendo una presenza italiana …; le forze armate dello Stato italiano sono state inviate in Libano, come parte importante e consistente della «forza di interposizione» fra Israele - alleato di ferro degli Usa in Medio Oriente, che si è impantanato in una guerra contro la guerriglia degli Hezbollah, senza via di uscita, se non a prezzo della devastazione completa del Libano (ma anche allora senza garanzie di successo), con l’ulteriore crescita della rabbia panaraba anti-Israele e Usa, con l’ulteriore isolamento e la condanna di Israele stesso e degli Usa, e con l’aumento del ruolo e dell’influenza dell’Iran -, e inoltre la «missione Unifil» con le sue truppe italiane è mandata a custodire la frontiera israeliana, ossia quella dello Stato attaccante ...

Finora, gli interventi militari italiani (dato che di ciò si tratta, anche se mascherati con denominazioni fuorvianti: «operazione di polizia», «missione umanitaria», etc., e fatti in barba all’art. 11 della nostra Costituzione, peraltro recentemente riconfermata da uno schiacciante referendum popolare) sono stati subalterni e di supporto agli Usa - sia nel quadro della Nato, sia nel quadro dell’Onu - e tale amicizia e collaborazione è stata ripetuta e ribadita. Altro e intrecciato problema: una Nato che non ha ragione di essere (essendo sorta a suo tempo in funzione anti-Urss), che viene mantenuta come strumento di preminenza dagli Usa e in funzione di tenere sotto controllo proprio l’Europa; un’alleanza comunque difensiva che è stata tradotta in strumento d’intervento, e quindi offensivo; un’alleanza che è in piena crisi almeno dal guerra del Kossovo in poi. E l’Onu? Questa Onu che è dominata in primo luogo dagli Usa, e poi dalle potenze maggiori, e che, al di là delle «buone intenzioni» ribadite in ogni occasione, ha avallato non poche nefandezze (già a partire dalla guerra di Corea) sotto pressione Usa.

E sullo sfondo, incombente, il programma nucleare iraniano e le minacce statunitensi, con l’addensarsi di nubi oscure; intanto, la bomba atomica della Corea del Nord - nella proliferazione nucleare in corso …

Dunque: qual è il quadro complessivo, qual è la situazione, quali sono le prospettive? Per questo abbiamo voluto condurne un esame, con questo “seminario”, o convegno, articolato su tre grandi “filoni”, chiaramente interconnessi fra loro (come è indicato nella convocazione) – prima sessione, globalizzazione economica e guerra infinita; seconda sessione, la pace: il ruolo dell’Onu e delle sue Agenzie; terza sessione, l’Europa che ripudia la guerra: Medio Oriente e questione palestinese.

 

Ma chiediamoci, proprio presentando questo “seminario”, o convegno, e i suoi “filoni” intrecciati, e riprendendo, in particolare, il tema dell’unanimismo sulla «missione Unifil» di cui si è detto prima: è davvero cambiato qualcosa? E, in particolare, è davvero cambiato qualcosa per quanto riguarda la politica estera italiana.

Penso che la risposta non possa che essere anch’essa ambigua, in linea del resto con l’ambiguità in cui si è mossa e si muove la «missione» stessa, ossia che la risposta sia nel contempo: no e .

In primo luogo no, perché non è certo messa in discussione l’alleanza subalterna con gli Usa (e con il suo boxer, lo Stato inglese, il Regno unito di Gran Bretagna) e nemmeno il rapporto privilegiato con Israele - vedi solo l’accordo di cooperazione militare italo-israeliano -, né l’appartenenza alla Nato, né la Nato stessa, né la presenza e permanenza di tante basi militari Usa nel nostro paese, e tantomeno il complesso delle «missioni» italiane in atto. E nemmeno si parla del fatto di fondo: che si va a “cavare le castagne dal fuoco” a Israele (e agli Usa) in Libano - con tanto di placet israeliano (su richiesta Usa) e di plauso statunitense -, fornendo a questi una via d’uscita da una situazione insostenibile (l’esercito israeliano non ha vinto e gli Usa non possono - sia sul piano politico e dell’opinione pubblica internazionale, sia sullo stesso piano militare - inviare un’altra armata in loco).

Ma anche, in qualche misura, , perché si è stabilito un qualche rapporto con la Francia (che ha mostrato maggiori capacità di indipendenza), un qualche sotteso rapporto con la Germania (e con la Spagna) - insomma si è stabilita una qualche dimensione europea, mentre si è parlato (ma per ora solo parlato) di fare una qualche iniziativa su/per la situazione di massacro in corso a Gaza, si è abbastanza chiarito a Hezbollah che non si farà alcunché per il suo disarmo (ossia che non si intende certamente continuare la guerra per conto di Israele-Usa), si sono fatti “morbide” avances verso la Siria (i controllori di frontiera disarmati, per impedire ufficialmente alla Siria stessa di continuare a rifornire, per conto dell’Iran, Hezbollah - il che, invece, continuerà, ma senza però che appaia formalmente).

Tuttavia, nel confronto fra no e rispetto al cambiamento - ossia nell’analisi dell’ambiguità -, è il no che resta prevalente, mentre il riguarda delle possibilità (oltre i vari diplomatismi) - connesse alle contraddizioni sempre maggiori in cui si avvita l’azione Usa nel mondo e al ruolo a cui tende oggettivamente quella che ancora resta la maggiore realtà economica mondiale, l’Europa. Prevale la funzione di supporto pro-Israele-Usa; si delineano confuse possibilità di ruolo autonomo europeo - ma tutto da definire e stabilire - e di funzione diversa pro-araba e in particolare pro-palestinese - ma ancor piú da definire, stabilire e condurre.

Sono gli Usa che hanno destabilizzato tutta la regione, già a partire dall’Afganistan - dove, a suo tempo, sono stati proprio loro che hanno sollevato e armato le forze piú retrive del fondamentalismo contro il governo filosovietico e contro l’intervento sovietico, poi lasciato il paese in mano a fanatici fondamentalisti, in seguito li hanno attaccati, e ora sono, con gli apporti Nato, in un paese in piena e permanente instabilità -, e hanno devastato il Medio Oriente - a partire dal supporto fornito alla formazione di Israele nel quadro di subentro all’egemonia britannica nella regione mediorientale e al disastro combinato in Iran a partire dall’opposizione a Mossadeq - con l’apporto del loro alleato di ferro Israele, che ha incancrenito la situazione palestinese e concorso attivamente a rendere incandescente la regione (è divertente, detto per inciso, constatare come si sostenga che “Israele è uno Stato democratico”, mentre non c’è neanche una Costituzione, ed è riservato … a chi? Agli ebrei. E chi sono gli ebrei? Gli adepti di quella religione? Allora è uno Stato confessionale. Ma non tutti sono religiosi, Allora è uno Stato etnico? Ossia razziale … Ma non esiste una razza ebraica - e ed è inaccettabile l’equazione fra chi critica lo Stato israeliano e l’antisemitismo, e peraltro indica chi fa questa equazione come razzista; Israele, uno Stato che si è formato occupando terre altrui e cacciandone gli abitanti, che non intende nemmeno collocare i palestinesi in un Bantustan, ma li vuole ridurre a … niente). E cosí si è giunti fino all’attuale occupazione dell’Iraq, il che è stato fatto certamente allo scopo di dominare la principale area mondiale di produzione del petrolio, ma non solo, cioè anche per ragioni geostrategiche (contro l’Urss, prima; ora contro la Russia e soprattutto la Cina), e ora si punta contro la Siria e soprattutto contro l’Iran

Ebbene, a causa di tutto ciò, il primario “versante” della «missione» in atto (peraltro confermato dalle altre «missioni» ancora in corso) la espone a finire per trovarsi in posizione simile a quella in cui si situano gli interventi statunitensi e israeliani, ossia coinvolti nella guerra permanente nella regione, senza alcun possibile sbocco - c’è un’alternativa: una sorta di stand by, ossia la nullificazione e insignificanza della «missione» stessa in attesa delle prossime “mosse”. Sullo sfondo si erge, dietro la Siria, il “problema Iran”, il suo programma nucleare e la minaccia di guerra verso questo paese - e, alle spalle, di questo, la Russia e, soprattutto, la Cina ….

Ed è certo che Israele-Usa opereranno per incastrare la «missione» stessa nella funzionalità alle loro, peraltro confuse, operazioni, e comunque per nullificarla. Intanto, la situazione della regione e globale, si fa sempre piú fosca e minacciosa.

 

Il “versante” ora secondario, e poco piú che ventilato nei rapporti europei, e in particolare a fini di politica interna, richiederebbe ben altro per avere una sua consistenza ed efficacia.

E si possono delineare alcune direttrici di massima, per quanto riguarda una politica estera significativa, altra, ed effettivamente volta a creare le condizioni di pace, da parte dell’Italia:

1) accordi precisi di alleanza con Francia e Germania (il che “tirerebbe” dietro anche il Benelux), e con Spagna e anche con la Grecia - un’alleanza con la “vecchia” Europa e con l’Europa mediterranea -, mettendo in atto anche qualche forma di entente con la Russia; in altri termini, un mutamento di rotta rispetto all’Europa (l’Europa allargata a dismisura non è altro che la sua riduzione ad area di mercato, economica anche, ma senza sostanza politica, il che è l’esito del successo dell’azione Usa-Gran Bretagna di impedire un’Europa consistente) - e si può facilmente vedere come solo il delinearsi di tale “raggruppamento” europeo permetterebbe di richiedere, e ottenere, una qualche riforma di quello che ora è l’Onu.

2) Ma ciò significherebbe, appunto, il necessario mutamento di rotta in politica estera - va ricordato quanto troppo spesso è dimenticato e occultato (perché cosí la «classe dirigente» ha addossato e addossa ad “altro” le sue politiche antipopolari): l’Italia è ancora uno Stato sovrano e indipendente -, che comporta la chiusura con la Nato e con le basi Usa nel nostro paese, e un ruolo attivo e autonomo (e condotto con le alleanze indicate) nel Mediterraneo, verso il Nordafrica e soprattutto verso il Medio Oriente - e questo vorrebbe dire anche un mutamento nelle politiche interne, a partire da quelle economiche e sociali (antiliberismo e programmazione, per esempio, il che peraltro, pur nella cecità generale della «classe politica» e nell’oscurantismo propagato dalla cultura “ufficiale” e dai mass media, si pongono sempre piú non come improbabili “opzioni”, ma come necessità).

3) Dunque, una linea di isolamento degli Usa e del loro devastante alleato-propaggine nel Medio Oriente, Israele, che solo in tal modo può trovarsi costretto a trovare un accordo ragionevole e dignitoso con i palestinesi (va pur detto, en passant, che la soluzione «due popoli, due Stati» è legata alla scia di odio e sangue che si è scavata in questo mezzo secolo in Palestina, ma in sé è errata, perché ripropone questo Stato assurdo e, al massimo, il suo circostante Bantustan - ma si dirà che è meglio che niente, e tuttavia sarebbe forse possibile trovare una migliore soluzione, sentendo in primo luogo i palestinesi stessi; comunque, la vera soluzione sarebbe quella di un solo Stato israelo-palestinese, con Costituzione e libere elezioni, ma ciò richiederebbe il superamento dell’assurdo Stato etnico-confessionale israeliano).

4) Solo questo, non soltanto porterebbe a relazioni alternative con i paesi arabi del Medio Oriente, ma favorirebbe anche una ripresa delle tendenze laiche e anche di sinistra nella regione mediorientale, a scapito delle tendenze fondamentaliste islamiche (in sé reazionarie), che, a causa della devastazione “anti-comunista” (scambiando per “comunismo” anche il semplice nazionalismo laico) compiuta dagli Usa.

Una politica di pace richiede - richiederebbe - iniziative precise e decise, concrete e pratiche, per inserirsi - Italia-“vecchia” Europa - nel sempre piú pericoloso, per tutta l’umanità, vortice che si sta avvitando non solo nel Medio Oriente, ma su scala mondiale.

 

Vediamo di considerare e approfondire questi temi e problemi, con cio che comportano, “a monte” e “a valle”. Ma possiamo chiederci: senza l’apertura di tali linee politiche di mutamento di rotta, l’unanimismo è accettabile? (Detto in generale, ogni unanimismo politico non è accettabile, perché vanifica la stessa democrazia formale rappresentativa, oltre a bloccare ogni politica e iniziativa politica.). E senza almeno l’avvio di tali linee politiche di mutamento di rotta (avvio effettivo, e non accenni, discorsi e diplomatismi) è accettabile la «missione Unifil», e la «missione Leonte» nel suo contesto? Infine: è accettabile tutto ciò da parte di una sinistra che voglia essere degna di questo nome?

E apriamo i nostri lavori su questi grossi “nodi”, nella consapevolezza delle loro implicazioni, estere e interne, e in particolare per quanto riguarda la disastrata presenza della sinistra nel nostro paese.

13 ottobre 2006, Villaggio «La Brocchi», località Canicce, Via Faentina, Borgo S. Lorenzo (FI)  MARIO MONFORTE

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SEMINARIO NAZIONALE

La sinistra di fronte alla questione mediorientale.

Sicurezza, pace e solidarietà internazionale

 Prima sessione – globalizzazione economica e guerra infinita

 INTRODUZIONE Siliano Mollitti

 Viviamo ormai nell’era della «globalizzazione», come è ripetuto e ribadito da mass media, uomini politici, economisti, giornalisti, e cosí via: è questa l’immagine-feticcio della realtà nuova, moderna, inderogabile. E che sarà benefica, pur con le sue “difficoltà”. Perché, si sente dire un po’ da tutti, compresi esimi docenti, “il protezionismo della prima metà del Novecento è infine sboccato nella seconda guerra mondiale …”; ora, invece, “con la «globalizzazione» e la connessa affermazione del «libero mercato» …” – evidentemente inteso come premessa di pace e di tranquille relazioni economiche, commerciali, che porteranno a uno sviluppo infinito e indefinito.

Tuttavia – a parte la chiaramente scarse cognizioni di storia e in particolare di storia economica di affermazioni che connettono il ridotto sviluppo e la guerra alle fasi protezionistiche, e a parte la confusione ormai invalsa fra sviluppo (che è qualitativo) e crescita (che è quantitativa) –, è ben facilmente rilevabile come la decantata «globalizzazione» si accompagni a conflitti accesi e profondi, alla diffusione dell’instabilità in intere aree del globo, all’estensione degli armamenti e delle spese militari, alla proliferazione delle armi atomiche e al diffondersi di nuovi tipi di armi ancora piú terribili di quelle dette «convenzionali», mentre in modo apparentemente paradossale le insurrezioni armate si sono venute riducendo – e mentre il neoliberismo lunga si unisce a una tendenza alla stagnazione di lungo periodo sul piano mondiale, che viene segnata da brevi e circoscritte riprese, o da crescite circoscritte a partire da condizioni pre- o proto-capitalistiche in alcuni paesi.

Le contraddizioni sono evidenti, o lo dovrebbero essere. Ma ciò non pare incrinare le granitiche certezze del feticcio-«globalizzazione neoliberista», e l’instabilità che viene diffusa e perseguita, le guerre, la crescita delle spese militari, la proliferazione nucleare sono presentati come “a sé”, esito di politiche opinabili, di situazioni particolari, di “problemi” da risolvere – o di necessità di fronte alle “cattive volontà” (anche se non si arriva fino all’estremo di questo “discorso”, ossia alla «guerra infinita» contro il terrorismo e gli «Stati canaglia» propugnata e attuata dagli Usa).

 

In realtà, siamo di fronte a una mistificazione gigantesca. Innanzitutto, la «globalizzazione». L’espansione al mondo e il conglobamento del mondo, appunto ciò che viene denominato globalizzazione o mondializzazione? Nessuna novità! Inizia nel Cinquecento, con le cosiddette «scoperte geografiche» (cioè la formazione degli imperi coloniali europei e del primo mercato mondiale attraverso gli oceani e i mari), e precede la nascita del modo di produzione capitalistico moderno, industriale – e ne è fattore determinante. E l’estensione al mondo (economica, e non solo) è proceduta su scala geometrica, dalla fine del Settecento per tutto l’Ottocento, per espandersi nel Novecento, fino ad abbracciare tutto il pianeta. Quindi, si ha adesso la fase attuale – dagli anni ottanta del Novecento – della «globalizzazione». E che cosa la caratterizza? Un’estensione della tecnologia, in particolare dell’applicazione dell’informatica, che – questo è vero – ha accresciuto le capacità e potenzialità produttive, e ha realizzato una comunicazione simultanea su scala planetaria. Per il resto, che è tanto ed è fondamentale, si ha un’ulteriore internazionalizzazione dell’economico-capitalistica (oltre che della politico-statuale). E con precisi caratteri: la produzione è meno internazionalizzata dei flussi commerciali; questi sono superiori alla creazione di reddito, ma ben inferiori ai movimenti e spostamenti degli investimenti finanziari (e speculativi) – e per quanto riguarda il grande oceano del «terzo» e «quarto mondo» ogni flusso si è ridotto: nel 2005 tre miliardi di esseri umani vivono in estrema povertà (dati Onu).

Per quanto riguarda il neoliberismo, esso è parte integrante di questa mistificazione. Innanzitutto si tratta dell’elaborazione condotta fra gli inizi e la seconda metà dell’Ottocento, e quella della seconda metà di questo secolo con espliciti intenti di opporsi al socialismo, e di «neo» (nuovo) c’è solo la sua riproposizione, con alcuni “aggiustamenti” e “ammodernamenti”, ma niente di piú. E il «libero mercato» con le sue «magnifiche sorti e progressive»? Sono le grandi multinazionali (statunitensi, ma anche europee, giapponesi, etc.) che dominano questo «libero mercato», ed è il grande capitale finanziario (e speculativo) che si muove liberamente, per localizzarsi e dislocarsi come, dove e quando vuole, sul piano planetario.

L’antitrust e la deregulation del liberismo sono solo funzionali a bloccare i subordinati al grande capitale transnazionale e multinazionale, a impedire o far recedere l’intervento statale o comunque istituzionale, onde far spazio dovunque possibile ai diretti campi di investimento capitalistico e comunque a imporre diretti rapporti di tipo privatistico (capitalistico). Ma anche questo non basta. Infatti, sintetizzando per sommi capi le tendenze economico-capitalistiche attuali, a) poiché resta primario e determinante il ruolo economico dei paesi detti «avanzati»; b) poiché l’innovazione attuale, fondata sulla tecnologia a base informatica, è, in genere, «risparmia lavoro» (labour saving e time saving); c) ebbene, ciò significa potenziale aumento della produzione a parità di costi, ma il mercato interno si riduce o non cresce per il restringersi della domanda interna con la riduzione dell’occupazione; d) quindi lo sbocco fondamentale è sui mercati internazionali per tutti gli “attori” in competizione. E dunque, la scelta obbligata è la riduzione dei costi a parità di merci prodotte, connessa alla diminuzione del potenziale di crescita interna, ma nell’immutata esigenza di sbocchi sul mercato internazionale.

Insomma, stando cosí le cose, ne consegue la tendenza di fondo alla stagnazione – e anche eventuali riprese (alla maniera Usa) significano crescita senza aumento significativo dell’occupazione (quindi sempre con problematica realizzazione interna della crescita), o l’opposto, crescita dell’occupazione senza aumento significativo del reddito (o a un tasso minore dell’occupazione – con uguali problemi). In tali condizioni, l’unica variabile per competere sul mercato internazionale è la riduzione del costo del lavoro – e sul piano economico-capitalistico il referente è livello minimo (cinese o indiano, per intendersi). Ma ciò tende a ridurre ancora la domanda e quindi la crescita interne – in un paese come il nostro, per esempio, nonché altrove –, senza contare il disastro non solo economico, ma anche sociale, civile, culturale, che questo implica.

 

Il ruolo degli Stati, in primo luogo dello Stato Usa e gli Stati dei paesi «avanzati» – che tutta una pubblicistica diceva scomparso o fortemente ridotto – è sempre, e anzi ancor piú, essenziale, per esempio, non solo nella stessa imposizione degli imperativi sottesi alla mistificazione – la «globalizzazione neoliberista» –, alias gli imperativi capitalistici di questa fase, ma anche per un attivo e permanente sostegno al capitale stesso, ognuno al proprio interno, sorreggendo e accrescendo in ciò lo Stato stesso e le sue funzioni. E ne sostengono gli imperativi e le esigenze a livello planetario – basti solo pensare al petrolio e al controllo delle aree petrolifere, nonché delle «risorse» in genere –, e si intrecciano con il grande capitale nell’imporre e mantenere la gerarchia mondiale di dominio, oppressione e sfruttamento (di esseri umani e di risorse, comprese quelle non rinnovabili).

Armi, produzione di armi, proliferazione di armi e guerra permanente – guerra che colpisce terroristicamente le popolazioni civili, guerra terroristica, che include il terorismo e lo genera e rigenera – si intrecciano organicamente a ciò che viene espresso con la denominazione ideologica di «globalizzazione neoliberista».

E, infatti, si può del tutto facilmente constare come gli Usa, con gli organismi internazionali – dove hanno un peso preminente: Banca mondiale, Fondo monetario, Organizzazione mondiale del commercio –, impongono il «libero mercato» ad altrui, mentre, per sé, adottano (e non certo da ora) misure protezionistiche e sostengono la loro economia con un forte intervento statale – benché la spesa primaria non appare essere per il Welfare State, bensí per le commesse e le industrie militari. E nell’Unione europea, che sostiene le direttrici della globalizzazione neoliberista, gli Stati e governi, pur riferendo alle inderogabili direttive dell’Unione europea stessa le loro misure antipopolari, che fanno? Visto peraltro, e per esempio, che proprio nell’Ue vi sono i maggiori produttori di armi, dopo gli Usa, e che anche l’Italia è in questo campo in buona “posizione” …

Di tutto ciò dobbiamo appunto trattare e discutere. E vedere se è anche possibile delineare direttrici di politica altra, per una vera politica di pace, su questo vasto terreno – per una politica che sia significativa di una sinistra degna di questo nome, e non istanze e richieste magari anche nobili, ma sconnesse, non incisive e infine sempre subalterne.

13 ottobre 2006, Villaggio «La Brocchi», località Canicce, Via Faentina, Borgo S. Lorenzo (FI)    SILIANO MOLLITTI

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SEMINARIO NAZIONALE

La sinistra di fronte alla questione mediorientale.

Sicurezza, pace e solidarietà internazionale

seconda sessione - il ruolo dell’onu e delle sue agenzie

nella promozione della pace, della sicurezza e della solidarietà internazionale

Premessa Massimo De Santi

In questo tragico momento storico si assiste ormai da quindici anni al moltiplicarsi di terribili guerre: dichiarate, non dichiarate, con legittimità e senza legittimità giuridica internazionale, fino ad arrivare all’aberrazione umana e giuridica della «guerra preventiva» - inaugurata con l’intervento militare in Kossovo a guida Nato, giustificato come umanitario e successivamente legittimato dall’Onu. Questa strategia fu poi estesa all’Afganistan, dopo l’11 settembre 2001, e all’Iraq (seconda guerra) con la scusa delle armi di distruzione di massa, mai trovate.

Di fatto, senza dichiarazioni ufficiali, siamo di fronte alla terza guerra mondiale, inaugurata nel 1991 con la I Guerra del Golfo, e che va avanti per fasi progressive, estendendosi a tutto il pianeta. In questo apocalittico scenario mondiale, la questione mediorientale assume il carattere di cartina di tornasole dello stato degenerativo in cui versa la politica internazionale.

Una riflessione sull’Onu e le sue Agenzie si impone a tre livelli: etico, giuridico-istituzionale e politico.

 

Un po’ di storia

 L’Onu nasce nel 1945 dopo la tragedia della seconda guerra mondiale che decreta la fine politica della Società della Nazioni, organismo alle dipendenze delle diplomazie dei paesi aderenti e ormai ridotta al rango di “notaio del caos internazionale”. La Società delle Nazioni era la prima organizzazione politica internazionale con organismi permanenti, nata con il fine di mantenere la pace dopo la tragedia della prima guerra mondiale. Nata nel 1920, con sede a Ginevra, venne dichiarata estinta nel 1946. Arrivò a 54 Stati membri, ma la sua debolezza intrinseca era l’assenza degli Usa (che non volevano ingerenze internazionali nella loro politica), dell’Urss (entrata nel 1934 ed espulsa nel 1939 per l’attacco alla Finlandia), della Germania (all’inizio volutamente esclusa per la sue responsabilità nello scoppio della guerra, entrerà nel 1925 e ne uscirà nel 1934 con Hitler). Eppure la Società delle Nazioni era nata dai 14 punti di Wilson, documento di alto livello etico-politico che doveva gestire l’uscita dalla prima Guerra mondiale: autodeterminazione dei popoli, libero accesso a commerci e materie prime per tutti, bandire la guerra come sistema di soluzione delle controversie e costruzione di un mondo pacifico libero dalla paura e dal bisogno.

 

I primi promotori dell’Onu sono stati senza dubbio gli Stati Uniti di Roosevelt.Già dal 1939 gli Usa pensano in via riservata al dopo-Società delle Nazioni ormai troppo squalificata, studiano alternative attraverso l’istituzione di un Comitato consultivo e concordano sulla necessità di una nuova istituzione internazionale capace di garantire sicurezza collettiva, libertà economica e di scambi, e di favorire la decolonizzazione. Il loro progetto sarà in grado di marciare perché trova i consensi di Gran Bretagna, Francia, Cina nazionalista (in un certo senso scontati), ma soprattutto dell’Urss che dal 1943 mostra il suo interesse (aveva bisogno del riconoscimento dello status di grande potenza e contemporaneamente non voleva ingerenze interne).

 

Il progetto passa attraverso varie tappe: Carta Atlantica (1941), dichiarazione congiunta Usa - G.B,. che costituisce la premessa costituzionale della loro unione per gli scopi della pace, incluso il disarmo delle potenze pericolose e aggressive(Allegato n. 1). Dichiarazione delle Nazioni Unite (1942, dopo l’attacco di Pearl Harbor del Giappone agli Usa), firmata nel tempo da 26 paesi che aderiscono alla Carta atlantica e si impegnano nella lotta comune contro l’hitlerismo (tra loro Usa, G.B., Urss, Francia). Dichiarazione di Mosca (1943) sulla necessità di un organismo internazionale per la sicurezza e la pace, basato sull’uguaglianza sovrana di tutti gli Stati. Conferenza di Teheran (1943). in cui Roosevelt espone il suo progetto, che include:

                     la previsione esplicita dell’uso della forza per imporre le decisioni della futura organizzazione, abbandonando l’astratto pacifismo della Società delle Nazioni e prevedendo la formazione di una forza armata e di mezzi di intervento propri (questo verrà realizzato solo nel 1956 in occasione della crisi del Canale di Suez con i «Caschi Blu», che poi, nel 1988, prenderanno il Nobel per la Pace come auspicio di efficienza per il futuro, piuttosto che come riconoscimento della loro pregressa capacità di peacekeeping; ciononostante non sono mancati prima e dopo gli interventi armati).

                     Supremazia delle grandi potenze, Usa, G.B, Urss, Francia, a cui viene associata la Cina nazionalista (quale rappresentante del mondo asiatico, in sostituzione del Giappone, che rappresentava tale area geografica nella Società delle Nazioni) con facoltà di diritto di veto.

                     Differenza di poteri tra Consiglio di Sicurezza e Assemblea Generale.

                     Il Consiglio di sicurezza quale organo direttivo e centro politico permanentemente riunito, con l’incarico di deliberare in materia di mantenimento della pace (Cap. VI) e con la facoltà di decidere l’eventuale uso della forza (Cap. VII); le sue risoluzioni sono vincolanti; al suo interno si fa un’ulteriore differenza tra i 5 membri permanenti con diritto di veto e i membri non permanenti (oggi 10), eletti a rotazione ogni due anni dall’Assemblea.

                     L’Assemblea generale è l’organo rappresentativo con uguaglianza giuridica degli Stati membri (uno Stato, un voto); le sue risoluzioni non sono vincolanti.

                     Si prevede anche un Segretario generale come organo esecutivo e amministrativo dotato però di ampia autonomia di iniziativa diplomatica per la pace, anche senza un mandato ufficiale (art. 99).

                     Le Agenzie internazionali sono previste per favorire la cooperazione internazionale.

                     Si prevede anche un Consiglio economico e sociale come organo di coordinamento dell’attività economica e sociale dell’Onu e delle sue Agenzie.

                     Tale Consiglio può consultarsi con le Ong (Organizazioni non governative) che godono dello status consultivo presso le Nazioni Unite perché ne condividono i principi.

                     Viene prevista anche la Corte internazionale di giustizia come massimo organo giurisdizionale delle Nazioni Unite.(artt. 92, 96).

 

Conferenza di Yalta (1945): si prende l’impegno di costruire la futura organizzazione il cui progetto era stato definito da Usa, Urss e G.B., e si decide la Conferenza di San Francisco da convocarsi il 25 aprile 1945 per cercare il consenso mondiale al progetto, invitando tutti gli Stati che alla data erano firmatari della Dichiarazione delle Nazioni Unite.

Conferenza di San Francisco (25 aprile 1945), celebrata quando ormai è certa la capitolazione della Germania e conclusa poche settimane prima dello scoppio della bomba sganciata dagli Usa su Hiroshima. Nel frattempo, il 12 aprile del 1945, era improvvisamente morto Roosevelt, l’uomo del dialogo e del coinvolgimento dell’Urss nel processo di costruzione e mantenimento della pace. Egli era un appassionato sostenitore della Società delle Nazioni e durante la Conferenza internazionale sul disarmo del 1933 propose l’eliminazione graduale delle armi offensive, ma, purtroppo, la Conferenza fallí. A sostituirlo sarà Truman, che, al contrario, sosterrà una politica di contenimento dell’Unione Sovietica, attraverso gli aiuti economici ai paesi amici («dottrina Truman» del 1947, che avvia la guerra fredda).

 

Nella Conferenza di San Francisco si discute del diritto di veto. La commissione respinge gli emendamenti sollevati da 17 paesi miranti a scalfire in vario modo il diritto assoluto di veto. Spiccano: Australia, Nuova Zelanda e anche Francia, consapevole della sua realtà di potenza minore, ma solo il Guatemala, allora retto dal governo democratico di Arevalo, lo rifiuta in toto in quanto rappresentava una flagrante violazione dell’art. 2 della Carta, che stabilisce l’uguaglianza giuridica e sovrana degli Stati. Gli Usa furono irremovibili e fecero dipendere la stessa esistenza dell’organizzazione dall’approvazione della norma sul diritto di veto, che passerà con 20 voti favorevoli, 10 contrari, 15 astenuti e 5 assenti. Venne anche chiesto, ma respinto per l’opposizione dell’Urss, che l’Assemblea potesse discutere ogni materia nella sfera delle relazioni internazionali; la richiesta venne modificata nella formula piú restrittiva di «all’interno delle materie oggetto della Carta». Respinta anche la proposta dei paesi minori di prevedere una Carta con scadenza decennale.

Il 24 ottobre 1945 si celebrò finalmente la nascita ufficiale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite con la ratifica dello statuto da parte dei primi 51 Stati Membri. I primi a ratificarlo, a una settimana dalla conclusione della Conferenza di San Francisco, furono gli Usa. La sede venne fissata a New York sui terreni economicamente carissimi di Manhattam, acquistati e regalati dal miliardario Rockefeller; l’Onu ereditava anche la sede di Ginevra della Società delle Nazioni. Il «Palazzo di vetro» venne fatto costruire dai piú noti architetti mondiali, tra cui Le Corbousier e Niemeyer, e le spese di costruzione furono anticipate dagli Stati Uniti. Le lingue ufficiali furono: inglese francese, russo, cinese, spagnolo e, dal 1980, l’arabo. Le lingue di lavoro, per la stesura di tutti i documenti e i verbali, rimasero però due: inglese e francese

Nel 1960 gli Stati membri aumentano a 82, nel 1968 passano a 126 e attualmente sono 191 (Allegato n. 2).

 

Gli scopi e principi sanciti nella Carta costitutiva sono:

                     mantenere la pace e la sicurezza internazionale con efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere minacce alla pace (art. 1);

                     sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni sul principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei popoli (art. 2);

                     rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti (art. 3); da qui scaturirà la Dichiarazione dei diritti umani del 1948, a cui farà seguito tutta la serie dei trattati internazionali (Allegato n. 3).

                     operare per la composizione pacifica delle controversie internazionali (cap. VI).

 

 

Livello etico

 

Purtroppo, sin dalla sua nascita l’Onu è stato paralizzato piú volte dal diritto di veto attribuito ai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e scaturito dalla logica di premiare le potenze vincitrici (la storia della Cina è un capitolo a parte: la Cina nazionalista doveva sostituire il Giappone che era rappresentato nella Società Nazioni e risultava tra i paesi dell’Asse; la sostituzione della Cina di Taiwan con la Repubblica popolare cinese avviene nel 1971 a seguito delle pressioni dell’Urss e di altri paesi). L’Onu si è cosí dimostrato impotente a intervenire per fermare i massacri, e non ha svolto il suo ruolo primario di prevenzione delle guerre e di promozione della soluzione pacifica dei conflitti. A ciò si aggiungono le legittimazioni “postume” di molte guerre. In questo modo le Nazioni Unite si sono rese complici delle logiche aberranti di dominio oppressivo ed espansivo delle grandi potenze, e ora, nel mondo unipolare, soprattutto degli Usa.

 

A questo proposito è significativo ricordare che proprio gli Usa, in occasione della guerra di Corea, per uscire dalla paralisi provocata dal veto, in quel caso dell’Urss, furono i protagonisti di una storica risoluzione, «Uniti per la pace» (3 novembre 1950), presentata dal segretario di Stato statunitense Acheson e fatta votare favorevolmente dall’Assemblea generale. Tale risoluzione riconosceva il diritto dell’Assemblea di decidere su questioni inerenti la pace, se il Consiglio di sicurezza veniva bloccato dal veto (si scavalcava l’art. 12, che vieta all’Assemblea di occuparsi di questioni sottoposte all’esame del Consiglio di sicurezza). Le sue risoluzioni continuavano ad avere carattere non vincolante, ma rendevano legale l’iniziativa intrapresa dall’Onu in base delle misure raccomandate dall’Assemblea, anche se di carattere militare - occorreva la maggioranza qualificata dei due terzi. Se l’Assemblea non si fosse trovata in sessione, poteva essere convocata dal Segretario generale su richiesta della maggioranza del Consiglio di sicurezza, la cui valutazione procedurale non era sottoposta a veto (e fu cosí che gli Usa proseguirono l’azione militare che l’Urss aveva bloccato con il veto, una volta che le truppe della Corea del Nord erano state respinte entro i limiti dei confini provvisori) - la materia è regolata dagli artt. 10, 11, 14. della Carta.

La portata di tale risoluzione andò al di là della crisi coreana e venne utilizzata in altre occasioni.

 

(Sorge spontanea una domanda: come mai l’Assemblea non se ne è servita piú spesso al di fuori delle logiche di potere delle superpotenze? Per esempio, nel caso delle ripetute violazioni commesse da Israele nei confronti della Palestina - ma l’elenco sarebbe molto ampio.)

 

Con la nascita del «Movimento dei paesi non allineati» nel 1955 si aprivano nuove speranze e possibilità per avviare una politica internazionale basata sulla cooperazione e la giustizia. A seguito del loro «Manifesto di Algeri» del 1973, l’Assemblea aveva votato nel 1974 la Dichiarazione per un Nuovo ordine internazionale economico e dell’informazione.

La Repubblica popolare cinese entrava nel Consiglio di sicurezza nel 1971, l’Assemblea votava lo status consultivo all’Olp nel 1974 e la condanna del sionismo come forma di razzismo nel 1975 (successivamente annullata nel 1991).

Lo smacco Usa era grosso e le ritorsioni non si fecero aspettare. Kissinger dichiarava che «l’Onu deve abbandonare la velleità di essere il centro della sicurezza internazionale» e decideva di emarginare le Nazioni Unite dalle grandi vicende internazionali. Questo in precedenza era già successo con la crisi di Cuba nel 1962, sostanzialmente gestita direttamente dalle due Amministrazioni Usa e Urss, con l’esplicito invito all’Onu di non occuparsene, e poi durante la guerra del Vietnam, con Jhonson che riaffermò l’autonomia Usa rispetto alla Carta; ora però si trattava di una dichiarata strategia ufficiale.

                     Sull’altare dell’esordiente economia liberista (colpo di Stato in Cile) e di una rinnovata guerra fredda, in un clima di allarme per la decisione del cartello dell’Opec di alzare il prezzo del petrolio, le grandi potenze capeggiate dagli Usa esautorano l’Onu del ruolo guida in campo economico, che avrebbe potuto svolgere in sintonia coi principi di cooperazione sanciti dalla Carta, e si affidano al recente nato G5, poi divenuto G7.

                     Gli Usa escono dall’Unesco nel 1983, perché contrari alla politica del direttore senegalese definita antisraeliana (nel 1984 esce anche la G.B, e successivamente Singapore); nell’1987 impongono il nuovo direttore spagnolo, Mayor, che dovrà abbandonare il programma «Nuovo ordine internazionale per l’informazione» e occuparsi di tematiche meno politiche. Il programma era stato intrapreso dall’Unesco dopo il simposio di Tunisi del 1976, che contestò il poco spazio informativo concesso alla realtà del Sud del mondo, peraltro deformato da immagini alterate; inoltre si chiedevano aiuti perché i paesi del Sud potessero produrre la loro informazione e potessero avere acceso ai satelliti. Tale programma venne sostenuto dall’Urss (gli Usa rientreranno nell’Unesco nel 2003 con Bush, interessato ad ammorbidire l’opposizione dovuta alla guerra all’Iraq).

                     Contemporaneamente gli Usa montano una campagna per denigrare le Nazioni Unite e minacciano la loro uscita. L’Onu viene definito «la casa degli specchi in un parco dei divertimenti», si parla di inefficienza, clientelismo, alti costi, corruzione, incultura dei funzionari.

                     Dal 1983 con Reagan e per quindici anni unilateralmente gli Usa riducono le proprie quote e usano l’arma del ricatto economico per imporre all’Onu una riforma a loro funzionale.

                     Con la guerra del Libano nel 1982 si sperimenta la prima forza di peacekeeping multinazionale fuori dall’Onu (Usa, Francia, Italia), che fallisce e dovrà ritirarsi. Contemporaneamente, però, non si lavora per riattivare i «caschi blu», che, già presenti sul territorio, ma senza efficacia, si erano limitati a farsi da parte per far passare i carri armati della forza multinazionale.

 

La successiva escalation di questa politica di strumentalizzazione dell’Onu sarà ancora piú drammatica dopo il crollo del bipolarismo, avvenuto dopo la caduta del muro di Berlino e il fallimento della politica di Gorbacev.

 

Nonostante la storica opportunità della citata risoluzione «Uniti per la pace», sistematicamente nella storia dell’Onu si è assistito a una prevaricazione da parte delle superpotenze nei confronti dell’Assemblea generale, che è stata esautorata del suo ruolo primario di reale rappresentante mondiale degli Stati e bloccata nella sua naturale vocazione politica di garante della pace e promotore della cooperazione internazionale.

Si può parlare di una cinica prassi della vendita dei voti dei paesi del «terzo mondo» all’interno della logica del «mercato dei diritti umani», sotto pressione del ricatto finanziario, soprattutto Usa. Caso eclatante quello dell’Egitto, che, per il suo assenso alla prima guerra del Golfo del 1991, fu l’unico paese a cui venne condonato l’intero debito estero. Per questa ragione decisioni storiche importanti - come le ripetute risoluzioni di condanna degli Usa per il criminale embargo che da 46 anni viola i diritti del popolo cubano, la censura a Israele per la costruzione del muro e il non rispetto delle ben 71 risoluzioni a favore del popolo palestinese, le risoluzioni contro i massacri in Africa, ecc. - non sono mai state tradotte in azioni operative da parte del Consiglio di Sicurezza, organo di governo dell’Onu.

 

Non si sono impediti crimini come quelli di un cinico embargo totale contro l’Iraq a partire dalla prima Guerra del Golfo del 1991 (non si è permesso alle agenzie umanitarie dell’Onu e alla stessa Croce rossa internazionale di portare gli urgenti soccorsi: medicine, alimenti, acqua, generi di prima necessità).

 

Nel dicembre del 1990, prima dello scoppio della I Guerra del Golfo, il sottoscritto, con una delegazione di cui faceva parte anche la giornalista Giuliana Sgrena, promosse, come Forum internazionale Onu dei popoli, un’iniziativa di “diplomazia popolare” per portare solidarietà al popolo iracheno, chiedere la fine dell’embargo e promuovere una soluzione negoziale, inaugurando la stagione della “diplomazia dal basso”, da cui scaturí «Un ponte per Bagdad».

Da allora, queste iniziative di solidarietà popolare si sono moltiplicate a seguito delle guerre in Jugoslavia, Afganistan, seconda Guerra all’Iraq, ecc. Noi eravamo pienamente consapevoli che quella grave violazione del diritto internazionale da parte degli Usa, che aveva portato alla guerra, segnava un salto epocale che, se fosse andato in porto, avrebbe compromesso quasi senza ritorno il quadro internazionale: il Consiglio di sicurezza aveva deciso l’intervento armato nonostante l’astensione della Cina - e l’astensione non è assimilabile a un «sí». Eravamo di fronte a un ulteriore salto in avanti nella logica dell’espropriazione dell’Onu per il suo utilizzo come ombrello protettore di operazioni illegali, al fine di ottenere il consenso di governi politicamente deboli ed economicamente ricattabili, e di un’opinione pubblica internazionale strategicamente tenuta disinformata.

 

La nostra forza di piccolo gruppo internazionale non riuscí allora a convincere il movimento pacifista, anch’esso in gran parte abbagliato dalla copertura Onu. L’attivismo a posteriori dell’Onu pilotato pesantemente dagli Usa (raffica di risoluzioni del Consiglio di sicurezza), indusse nel 1991 il Segretario generale Perez de Cuellar alla scadenza del suo mandato a parlare di nuova rinascita delle Nazioni Unite e di fine della stagnazione, ma egli affermò pure che si stava entrando in un terreno non coperto dalla Carta. Intanto l’Assemblea annullava la risoluzione del 1975 di condanna del sionismo e l’anno successivo il nuovo segretario Boutros Ghali scriverà l’«Agenda per la pace(1992)», un documento preparato per rendere piú efficace l’Onu nella sua missione di pace, in cui accanto al peacekeeping e al peace building viene introdotto un concetto non previsto dalla Carta: peace enforcing (imposizione della pace con la forza).

Si susseguirono le stagioni delle ingerenze umanitarie, delle guerre umanitarie, fino all’imposizione della democrazia con la guerra. E nel 2001 arrivò anche un secondo Nobel per la Pace all’Onu, consegnato al segretario Kofi Annan - ovviamente le denunce di violenza esercitata nei confronti delle donne da parte dei «caschi blu» in varie missioni di pace non furono elementi di valutazione.

 

La storia successiva purtroppo continuava a darci ragione, con l’ulteriore passaggio alla logica Usa della «guerra preventiva», che ha fatto della guerra al terrorismo la giustificazione per una «guerra permanente» e «infinita». Si tratta di un’aberrante deviazione, una vera e propria controrivoluzione etico-morale, che pone al centro gli interessi supremi di uno Stato contro tutti gli altri: di fatto si tratta di una dichiarazione di guerra al mondo intero. A fronte di ciò, non c’è stata una sufficiente indignazione etico-morale mondiale, salvo le grandi manifestazioni del popolo della pace, in particolare contro la II guerra del Golfo, il cui messaggio non è stato pienamente raccolto dalla sinistra mondiale.

Le forze politiche della sinistra «moderata» europea, ma anche italiana, hanno avuto una grande responsabilità storica nel dimostrarsi appagate della copertura a posteriori dell’Onu, che, ambiguamente, consentí loro il successivo impegno militare in Iraq, nonostante l’inesistenza delle famose armi di distruzione di massa - come confermato dai funzionari Onu e, successivamente, da piú voci anche inglesi e americane, mentre la guerra continuava il suo corso. Eppure la guerra continua tuttora e l’Onu non ha emesso alcuna condanna nei confronti degli Usa e dei suoi alleati.

In questo modo, i governi italiani - sia di centrosinistra che di centrodestra - hanno avuto l’alibi per violare piú volte l’art. 11 della nostra Costituzione antifascista nata dalla Resistenza.

Questo nuovo paradigma imperialista della «guerra preventiva», elaborato dagli Usa con l’intento di combattere il terrorismo internazionale ed esportare democrazia e diritti umani, è appoggiato dalla Gran Bretagna, con il consenso palese o tacito di altri paesi europei, incluso lo stesso precedente governo italiano. Tale strategia ha finito, invece, per accelerare l’accumulazione di un pericoloso odio soprattutto verso quei paesi che hanno scatenato la seconda guerra all’Iraq, con il rischio piú presente di una pericolosa estensione del conflitto nei confronti dell’intero Occidente.

Strumentalmente si è fatto leva sulla questione religiosa islamica, accomunando religione-terrorismo-Medioriente per giustificare la guerra preventiva al mondo arabo, scatenando una sorta di guerra tra religioni e rinfocolando lo spirito sanguinario delle «crociate», della cosiddetta «guerra giusta», in cui chi uccide non è un omicida, ma si trasforma in un “malicida”, e dunque in un potenziale martire. E in tutto ciò il ruolo dei media è stato e rimane determinante.

L’Europa , rispetto a questo quadro minaccioso, a questa spirale di violenza che rischia di accendere sempre piú il mondo, deve chiarire la sua posizione e recuperare un ruolo etico-morale di ponte tra occidente e oriente e con il sud del mondo, e in ciò il primo passo lo devono fare i paesi del Mediterraneo e in primo luogo l’Italia.

 

Certo che le ultime esternazioni del Papa in Germania non aiutano l’attivazione di questo difficile e delicato processo di distensione internazionale. Dobbiamo rifiutare poi la terminologia dello «scontro di civiltà». Non dobbiamo cadere nella trappola di questa “filosofia”, perché in realtà lo scontro di civiltà non esiste, caso mai esiste uno scontro prodotto dalla barbarie del porre i grandi interessi economici per la conquista strategica delle fonti energetiche al centro della politica internazionale e di vedere la guerra come intelligente e vantaggioso strumento di soluzione dei conflitti.

Con la guerra non si esportano sicuramente la democrazia, la civiltà e i diritti umani, si esportano solo distruzione, morte, fame, sottosviluppo, inquinamento, per poi essere costretti a predisporre capitoli di spesa per una serie di programmi umanitari e di cooperazione, che non potranno mai controbilanciare il danno arrecato. In una nuova visione, l’Onu dovrebbe recuperare il suo ruolo etico-morale, imponendo che la ricostruzione umanitaria sia a carico degli Stati che hanno promosso la guerra. La pace si esporta con la cultura, la giustizia sociale, la solidarietà “dal basso”, e i governi debbono sostenerla attraverso politiche di mutua solidarietà e cooperazione trasparente.

Non dobbiamo aspettare la prossima guerra - annunciata - all’Iran per scoprire che il movimento della pace è in ritardo. Prevenzione, questo è quello che proclama la carta dell’Onu, di cui dobbiamo chiedere il rispetto e la piena attuazione.

 

Ma il caso piú eclatante per dimostrare come fino a oggi è stata disattesa e violata la Carta dell’Onu è quello della Palestina che, nonostante tutte le risoluzioni adottate dall’Assemblea, tuttora non ha uno Stato. I territori palestinesi sono diventati il teatro centrale del conflitto neoimperialista mondiale, teatro di sperimentazione duplice: contro la Palestina e contro il mondo arabo, e di fatto si sta registrando il crimine dei crimini contro l’umanità. Ma non solo, l’Onu non è mai stato il protagonista di una conferenza internazionale per la pace in Medioriente. Per quanto l’Assembla generale, chiamata in causa dalla Gran Bretagna nel 1947, fosse stata la promotrice di un progetto di soluzione ragionevole - «due popoli e due Stati», separati, ma federati, e l’internazionalizzazione di Gerusalemme sotto amministrazione Onu -, purtroppo il Consiglio di sicurezza non assunse alcun impegno fattivo e, anzi, gli Usa invitarono Israele ad autoproclamarsi Stato indipendente, promettendo il loro appoggio. Dalla guerra del 1948 se ne sono succedute altre, fino a quella attuale del Libano, il cui nodo di fondo rimane l’irrisolta questione israelo-palestinese, ma la strategia mondiale non ha cambiato modalità: non si ha nessuna condanna dell’operato di Israele e viene deciso solo l’invio di una forza multinazionale in Libano, nonostante che Israele sia il paese invasore.

Certo che la missione Unifil II dell’Onu nel Libano meridionale, con il diritto dato ai militari di un’«autodifesa preventiva», apre ambiguamente la strada a possibili scontri con gli Hezbollah, con l’intento, si dice, di difendere l’esercito libanese, se non fosse capace di mantenere l’ordine. Ne consegue che la forza Unifil, di cui fa parte l’Italia, rischia di svolgere non un ruolo di interposizione neutrale, come è nei propositi, ma quello, invece, di gendarme nei confronti della resistenza libanese, di cui gli Hezbollah sono l’asse centrale.

Nel Medioriente sta il nodo morale, politico e istituzionale della pace, la cartina di tornasole dell’umanità, se ancora si vuol chiamare tale con reali istanze di solidarietà, coesistenza e cooperazione tra i popoli.

Se il movimento per la pace dovesse fallire in Palestina e in Libano dovremo aspettarci un futuro solo di guerra per tutto il Medioriente - e non solo.

 

 

Livello giuridico-istituzionale

 

Difesa , rilancio e democratizzazione dell’Onu e delle sue Agenzie. Questa deve essere la nostra parola d’ordine, anche se, di fronte allo svuotamento della sua funzione primaria e al suo subdolo utilizzo ai fini della guerra, a qualcuno potrebbe venire in mente di dire: “basta Onu”. Non dimentichiamoci che si tratta di un Forum mondiale, attraverso la sua Assemblea, a cui gli Stati del «terzo mondo» non vorrebbero mai rinunciare, perché la partecipazione all’Onu è vissuta come uno status di riconoscimento, oltre che occasione per far sentire la propria voce. È altresí vero che l’avallo Onu sembra far molto comodo al nuovo ordine internazionale unipolare, per avere un alibi di legalità, tanto che in Italia le destre hanno fatto aggiungere in parlamento la postilla che «tutte le missioni Onu sono di pace» (e sappiamo bene che non è cosí). Comunque, tale evidenza non è una ragione sufficiente per cadere nella trappola della richiesta della sua abolizione.

E un’altra trappola sono le riforme Onu tuttora al vaglio dell’Assemblea generale: tali riforme sono all’interno dello stesso paradigma che ha prodotto il disastro attuale, guidato dalla logica della spartizione della torta all’interno del Consiglio di sicurezza, senza mettere in discussione nemmeno il diritto di veto.

Sulla base di quanto esposto in precedenza si evince, dunque, la necessità e l’urgenza di un rilancio dell’Onu, in primis attraverso la difesa della sua Carta costitutiva.

Dobbiamo contestare il disegno dell’unilateralità della progressiva esautorazione ed emarginazione dell’Onu, della sistematica violazione della sua Carta, e rilanciare il suo ruolo di garante della risoluzione di ogni controversia unilaterale a tutela del bene supremo della pace. Valorizzare al massimo le potenzialità dell’Assemblea, artt. 10,11,14, il che, tra l’altro, ha un ruolo importantissimo in materia di diritti umani.

Ma, per il suo rilancio, occorre con urgenza una riforma e la democratizzazione delle Nazioni Unite.

Fino a oggi l’Onu è rimasto sulla carta, è servito come specchietto per le allodole, ma, di fronte a un contenzioso, le superpotenze, membri permanenti del Consiglio di sicurezza, forti del diritto di veto, finiscono per decidere in nome di tutti. Se questo dovesse valere anche per il futuro, sarei molto pessimista e vedrei addensarsi le nubi di altre guerre, forse già in corso di preparazione nello scacchiere internazionale: penso all’Iran,e non solo.

Dopo piú di un secolo il numero degli Stati membri si è quadruplicato, passando a 191, di questi 143 sono considerati poveri (piú dei 2/3) e, di questi, 48 sono classificati poverissimi. Nel sottolineare la positività dell’ingresso di cosí tanti paesi, che garantiscono la rappresentatività mondiale dell’Onu, dobbiamo rilevare che il flagello della guerra continua e il progresso sociale c’è solo per un numero ristrettissimo di membri dell’umanità.

In questi quindici anni abbiamo assistito a quella che chiamo la terza guerra mondiale con la I e II guerra all’Iraq, la guerra in Jugoslavia, l’Afganistan, il conflitto permanente in Palestina, e ora il Libano, senza citare le stragi in Africa, a partire dalla Somalia e dal Ruanda .

Per dimostrare come funzionano oggi le Nazioni Unite, voglio citare due esempi, riportati da alti funzionari dell’Onu. Durante la II guerra all’Iraq, un funzionario del Belgio ha dichiarato: «le risoluzioni vengono servite su un piatto già pronto. Bill chiama Tony, Tony chiama Jacques, Jacques chiama Boris e quando per noi veniva il momento di votare, la cosa era ormai già decisa. Noi come paese si apprese dalla Cnn che era in atto l’operazione Desert Storm in Iraq: Usa e Gran Bretagna erano già passati all’azione, mentre il Consiglio di Sicurezza era ancora in seduta per discutere la mossa successiva nella crisi irachena. Gli stessi rappresentanti dell’Onu, qualche centinaia di persone, fecero appena in tempo a raggiungere i rifugi antiaerei a Bagdad, prima che le bombe cominciassero a piovere sui loro uffici. La stessa cosa è valsa nella recente aggressione israeliana in Libano, è stato bombardato il quartier generale dell’Onu e la stessa Croce Rossa senza che l’Onu condannasse Israele». Un altro funzionario Onu ha detto: «di fatto le risoluzioni sono come gli Hot Dog: se sai come li fanno ti passa la voglia di mangiarli. Li mandi giú e basta».

 

 

Livello politico: azioni immediate e proposta di riforma

 

In questo quadro di pessimismo voglio ancora nutrire la speranza che si possa riformare e democratizzazione l’Onu nella direzione di un suo rafforzamento come organismo sopranazionale che sappia garantire la sicurezza di tutti, sulla base della giustizia e dei diritti umani, dell’autodeterminazione dei popoli e di una visione autenticamente interculturale. Ma tale speranza deve essere accompagnata dall’indignazione di fronte alle continue aberrazioni di cui siamo testimoni e dal coraggio di agire azioni forti che vadano nella direzione di dar voce alla volontà dei popoli, che da sempre non hanno nulla da guadagnare dalla guerra, ma tutto dalla pace e dalla cooperazione internazionale. Abbiamo bisogno di un’Onu dei popoli, nel senso che risponda effettivamente allo spirito della Carta costitutiva. Per rispondere a questa esigenza primaria occorre la convocazione da parte delle Nazioni Unite di una serie di conferenze:

 

                     Conferenza Internazionale di Pace dell’Onu per il Medioriente con la partecipazione di tutte le parti in causa e presieduta da «saggi» (scienziati, premi Nobel di comprovata vocazione e testimonianza pacifista, e supervisionata da bambini e bambine vittime della guerra).

                     Conferenza internazionale dell’Onu sul disarmo a partire dalle armi nucleari, chimiche e batteriologiche in cui si stabiliscano tempi e modi certi per l’eliminazione di tutte le armi di distruzione di massa, a partire dalla verifica e attuazione del «Trattato di non proliferazione delle Armi Nucleari», Entrato In Vigore Nel 1970 E Sistematicamente Calpestato, Proprio Dalle Superpotenze; Ricordiamo che il bilancio annuale dell’Onu è di 1 miliardo di dollari, mentre quello annuale mondiale degli armamenti è di 794 miliardi di dollari.

                     Conferenza mondiale dell’Onu su giustizia sociale, diritti umani e autodeterminazione dei popoli.

                     Conferenza Mondiale per la democratizzazione dell’Onu affinché da Onu delle Nazioni, funzionale ai potenti, si trasformi in Onu dei popoli.

 

 

Alcune idee per la riforma dell’Onu

 

1. Riattivare il ruolo del Segretario Generale alla luce dell’art. 99, che gli conferisce il potere di agire per il mantenimento della pace anche in assenza di un mandato ufficiale, e attribuirgli l’esplicito ruolo di garante della Carta dell’Onu, il cui fine principale è quello del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale per «preservare le future generazioni dal flagello della guerra».

 

2. Ormai è sotto gli occhi di tutti l’ingiustizia del diritto di veto, attraverso il quale si può manipolare, condizionare e invalidare il voto della stessa maggioranza dei membri del Consiglio di sicurezza; questo diritto di veto è antidemocratico, imperiale e deve essere abolito, perché in antitesi con l’art. 2 della Carta, che stabilisce l’uguaglianza giuridica degli Stati.

 

3. Il Consiglio di sicurezza stesso ha un potere smisurato ed è l’unico che può decidere in materia di minaccia alla pace (Cap. VI e VII della Carta: embargo, artt. 41 e 42, e intervento armato art. 43); Nel suo operato può non tener conto della volontà dell’Assemblea generale, la quale, invece,può fare unicamente raccomandazioni per la pace al Consiglio stesso - salvo utilizzare gli artt. 10,11,14 con due terzi dei voti per decidere in assenza di una risoluzione del Consiglio di sicurezza; nell’ambito di questi limiti istituzionali dell’Onu, men che meno è tenuta in considerazione la volontà espressa della maggioranza pacifista dei popoli del pianeta, e il Consiglio di sicurezza agisce, dunque, secondo logiche di interesse di parte, che spesso coincidono con gli interessi economici e strategici delle nazioni piú potenti, legate alle multinazionali delle armi, del petrolio, del gas, ecc. - nel caso specifico della I guerra all’Iraq, dichiarata da Usa e G.B, solo 33 Stati membri dell’Onu su 191 si sono dichiarati a favore della guerra, ma nonostante ciò, questa è paradossalmente in corso attraverso una seconda guerra; per queste ragioni il Consiglio di Sicurezza dovrebbe essere radicalmente ristrutturato secondo un riequilibrio geopolitico che tenga conto di tutti i continenti (Europa, Asia, Africa, ecc.), rendendolo l’organo esecutivo delle decisioni dell’Assemblea generale.

 

4. Occorre attribuire i poteri decisionali all’Assemblea generale dell’Onu, dotandola di una polizia internazionale-«caschi blu» efficiente e capace di intervenire per la soluzione pacifica dei conflitti e come forza di dissuasione, prevenzione e interposizione; l’eventuale uso della forza deve essere approvato da una maggioranza qualificata di almeno i 2/3 dei voti dell’Assemblea generale, e attuato attraverso e solo dai «caschi blu», adeguatamente formati secondo i principi dell’intercultura, dei diritti umani, dell’educazione per la pace e della soluzione pacifica e negoziale dei conflitti.

 

5. Elezione a suffragio universale dei suoi rappresentanti, secondo principi di proporzionalità (area geografica, numero di abitanti, genere, ecc).

 

6. Occorre ridiscutere, inoltre, la collocazione della sede dell’Onu, che sarebbe opportuno fosse trasferita da New York a una città possibilmente di un paese neutrale o indipendente.

 

7. Promuovere un’indagine conoscitiva e un monitoraggio degli accordi di pace esistenti nel mondo.

 

8. Fare dell’Onu parte attiva per la soluzione dei conflitti attraverso metodologie non armate, di cooperazione e solidarietà internazionale.

 

9. È necessario, infine, rafforzare e ristrutturare in senso democratico anche tutte le Agenzie internazionali collegate all’Onu, non solo evitando sprechi inutili in personale e azioni di rappresentanza, ma agendo anche perché abbiano un reale collegamento con i bisogni delle popolazioni. Ricordiamo che tra le agenzie oltre a Ilo, Oms, Fao,Unicef, Unesco, Cnur e altre, c’è anche la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale.

 

10. Il Centro di formazione del personale Onu di Torino deve aprirsi ai temi dei diritti umani, dell’ intercultura, e della pace.

 

 

Conclusioni

 

Se non interveniamo subito c’è il rischio che le superpotenze ora in lotta per l’egemonia, si ritrovino nuovamente d’accordo per una semplice riforma cosmetica e di facciata dell’Onu, funzionale agli interessi dei vincitori-dominatori Usa e G.B, che sono i fautori di un nuovo ordine mondiale imperiale, che pensa di esportare la democrazia con le armi e con la guerra.

Gli Usa e la G.B potrebbero condividere in parte le ansie di potere dei paesi europei e riordinare l’Onu, permettendo all’Italia e alla Germania, ma anche al Giappone, e magari a un paese dell’America Latina e dell’Africa, di entrare nel Consiglio di Sicurezza in qualità di membri permanenti. Ma ciò non risolverebbe il problema di fondo di una vera democratizzazione dell’Onu, se la sua struttura accentrata e con diritto di veto delle superpotenze rimanesse intatta.

Queste idee riprendono il filo della memoria storia di un percorso che era nato a Ginevra nel 1991 dopo lo scoppio della I Guerra del Golfo, quando il sottoscritto insieme ad altre personalità europee dette vita al «Forum internazionale Onu dei popoli».

Speriamo che questa volta non si perda questa occasione storica (sono passati ben quindici anni) e si promuova, a partire dall’Italia, una campagna internazionale per la democratizzazione e il rilancio dell’Onu, in senso popolare.

 

13 ottobre 2006, Villaggio «La Brocchi», località Canicce, Via Faentina, Borgo S. Lorenzo (FI) 

MASSIMO DE SANTI

 

 Alcune indicazioni bibliografiche

 

A. Polsi, Storia dell’Onu, Roma-Bari, Laterza 2006

L. Polman, Onu, Milano, Sperling & Kupfer Ed., 2003

M. De Santi, Diritti Umani, Monografia di «Testimonianze», Firenze 1993

G. Bateson, Da Versailles alla cibernetica - Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1976

M. De Santi e G. Pagani, Il Bambino e la Pace, Fiesole (Firenze), EcP 1993.

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SEMINARIO NAZIONALE

La sinistra di fronte alla questione mediorientale.

Sicurezza, pace e solidarietà internazionale

Terza sessione – L’Europa che ripudia la guerra:

Medio Oriente e questione palestinese

INTRODUZIONE Ubaldo Ceccoli

A livello mondiale molti sono rimasti sconvolti – e a ragione – di fronte al documento sulla «guerra permanente» dell’amministrazione americana, ma non si è mai percepito a livello di massa che avevamo già un esempio di guerra permanente, anche se cosí non definita ufficialmente: quella, cioè, tra israeliani e palestinesi. L’occupazione di terre, gli omicidi mirati, la sperimentazione di nuove armi e la cieca intransigenza politica che hanno caratterizzato nell’ultimo quarantennio la condotta d’Israele, oggi hanno angoscianti analogie con ciò che avviene in altre parti del mondo.

Da quindici anni il mondo si trova in uno stato di crollo sociale, politico e culturale. La guerra è tornata a essere vista da molti come “natura ineliminabile” dell’uomo, e da altri come sistema di governo, e il Medio Oriente si presenta come paradigma del mondo d’oggi in perenne conflitto bellico. Tuttavia, la guerra per noi appartiene alla preistoria dell’umanità e al suo preistorico modo di produzione. Per questo, cerchiamo di affrontare il tema del Medio Oriente in conformità a un principio fondamentale: «fuori la guerra dalla storia». E lo facciamo riallacciandoci a Michael Mandel, giurista della York University di Toronto, che analizzando i tre recenti eventi bellici: a) la guerra per il Kossovo; b) l’attacco all’Afganistan; c) l’aggressione “preventiva” all’Iraq, segnala l’assenza di fatto e di diritto di strumenti sanzionatori contro il «crimine internazionale supremo», cioè la guerra di aggressione. Fu il Tribunale di Norimberga ad affermare che la guerra non è una legittima espressione della sovranità degli Stati, fatta eccezione per l’uso della forza in risposta a un attacco militare di uno Stato contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato.

 

Questione palestinese

 

Una prima, doverosa, considerazione è che l’aggressione del Libano ha occultato il problema palestinese, significativamente assente anche nella risoluzione 1701. Quindi, la sola interposizione militare, anche nelle migliori intenzioni, non sarà risolutiva per il conflitto in Medio Oriente, poiché lascia sullo sfondo la «questione palestinese». Colmare questo vuoto significa impegnare la politica a costruire condizioni di vita dignitosa per donne e uomini deprivati di futuro dallo scontro bellico.

Appare grande la sproporzione tra la missione in Libano e la dimensione degli eventi che esplodono in MO. Il complesso intreccio di fattori sociali e religiosi; di destini individuali tra aspri conflitti ed esilio; tra dinamiche storiche e fedi politiche, tra desideri di pace e necessità di lotta, fanno della questione palestinese e del conflitto arabo-israeliano uno dei nodi piú aggrovigliati e drammatici della storia contemporanea. Un’Europa che ripudiasse la guerra e credesse che la giustizia e la libertà valgano per tutti e non solo per alcuni, dovrebbe affrontare il cuore del problema mediorientale, quello della Palestina e d’Israele, riconoscendo e rispettando tutte le sfere dell’esistenza come atto politico.

La guerra d’Israele al Libano e a Hezbollah era programmata da tempo con gli Usa (diversi documenti appiono ormai confermarlo) come parte dello scontro con la Siria e Iran, ed ecco perché, anche su questo punto, ritorna il problema palestinese come il grande assente della risoluzione 1701. Porre la questione palestinese a livello europeo e costruire azioni politiche unitarie a proposito, vuol dire cercare di mutare l’atteggiamento unilaterale dell’Europa nei confronti del MO: solo per gli arabi e i palestinesi tutto deve essere vincolante per cui la popolazione palestinese vede il suo diritto alla vita rimandato sine die. L’azione Usa e israeliana risultano di estrema coerenza perché finalizzata, al massimo grado, alla «guerra infinita». E la forza finalizzante che vi agisce, coincide con la piú cinica manifestazione d’amore per la politica di potenza, che costituisce un doppio scandalo: quello della guerra in sé e quello del delirio di onnipotenza. Ecco perché dovremmo pronunciare altre parole.

Dopo la nascita dello Stato d’Israele, avvenuta in modo cruento e attraverso la cacciata di una popolazione dalla sua terra, e dopo la guerra del 1967, espulsioni, divieti di tornare in Palestina, arresti arbitrari, limitazione della libertà, processi sommari, carcerazioni disumane, distruzione di case, sequestro di terre, furti durante le perquisizioni sono divenuti parte della vita quotidiana di ogni palestinese. Dalla fine degli anni settanta, si aggiunge l’insediamento dei coloni, contravvenendo, anche in questo caso, al diritto internazionale. In questi territori sotto occupazione militare da trentacinque anni, il conquistatore è una potenza militare che agisce con il consistente sostegno bellico, economico e diplomatico degli Usa.

La questione palestinese si è aggravata perché lí si scaricano modalità della guerra permanente contro gli arabi, con evidenti implicazioni economiche (cfr. «Le Monde diplomatique»). Il militarismo, indispensabile sostegno del capitalismo, svolge una funzione propriamente militare, e un’altra economica, di sostegno alla produzione con la spesa pubblica militare, per fronteggiare le ricorrenti crisi di sovrapproduzione. Se l’aggressione tende alla vittoria e quindi alla fine del conflitto, la funzione economica tende, invece, a prolungare lo scontro, enfatizza il nemico, producendolo se non c’è, per giustificare le spese militari. La sinistra deve cogliere questo slittamento di piani: la funzione militare trova la sintesi nell’ossessiva esibizione di morte, nella guerra infinita, non nella vittoria. Per questo il rifiuto della guerra è rifiuto politico, fondato materialisticamente.

      Già in Rosa Luxemburg (1898), abbiamo l’analisi del militarismo come keynesismo militare prima di Keynes: riteneva, infatti,le spese militari indispensabili al capitalismom perché costituivano un mercato addizionale che assicurava alla produzione una nuova domanda piú regolare, con un ritmo di sviluppo costante. Ora tocca alle vecchie colonie fornire quella che è ormai un’importante risorsa per la politica economica Usa: nemici e scenari di guerra a giustificazione di un’illimitata espansione delle spese militari.

Con gli accordi di Oslo I e Oslo II (1993-95), che Rabin il 14 novembre 1995 paga con la vita, i palestinesi avevano accettato sostanzialmente la soluzione dei due Stati, nella forma di un enorme compromesso che comportava la rinuncia di fatto alla rivendicazione del 78% della Palestina sotto mandato britannico, con il solo riconoscimento del restante 22%, cioè il West Bank e Gaza. Eppure, dal 29 maggio 1996, si opera per azzerare il processo di pace avviato, e Uzi Landau, ministro della Sicurezza interna, il 14.12.2001 afferma che «non accetteremo mai l’esistenza di uno Stato palestinese» («Le Monde»).

Giorno dopo giorno, l’esercito israeliano continua a bombardare il territorio di Gaza – oltre 170 palestinesi uccisi dai bombardamenti a partire dal 28 giugno 2006, la maggioranza dei quali civili. A queste stragi si aggiungono le distruzioni di case, campagne, raccolti. Questo, mentre gli Usa e l’Unione europea mantengono il blocco nei confronti del popolo palestinese.

Il governo italiano insieme a quello dell’Unione europea deve intervenire direttamente sul governo israeliano per far cessare l’occupazione, la distruzione sistematica delle case, delle coltivazioni e delle infrastrutture dei palestinesi, gli omicidi mirati. Per questo il governo italiano deve porre a livello internazionale l’esigenza irrinunciabile – vista la missione in Libano – dell’immediato dispiegamento di una forza Onu anche a Gaza e in Cisgiordania, a garanzia della sicurezza dei palestinesi. E, nell’immediato, deve agire affinché Israele tolga i blocchi in Cisgiordania e Gaza per le merci e le persone, al contempo chiedendo di bloccare la crescita dei coloni nei territori occupati.

La «comunità internazionale» non può inoltre continuare a ignorare il fatto che ministri, parlamentari e sindaci di un paese che dovrebbe essere sovrano siano stati sequestrati, imprigionati, e almeno in un caso anche torturati. Chiediamo pertanto che l’Ue, il governo italiano, i presidenti dei vari parlamenti europei e le assemblee di Regioni, Province e Comuni, operino per la libertà immediata di tali rappresentanti .

Il 28 maggio 2006 israeliano effettua bombardamenti sulla zona di confine, nella valle della Bekaa e vicino a Beirut, e contestualmente si rilancia il dibattito circa il disarmo dello Hezbollah e dei palestinesi, considerati entrambi «terroristi». Cosí la Palestina «non è piú una causa, non è piú un’idea», ma una questione di terrorismo internazionale e di ordine pubblico all’interno dei campi profughi,presentati dalla stampa internazionale come zone di non-diritto, che ospitano criminali ed estremisti. In realtà, secondo i dati Unwra – Ufficio di assistenza delle Nazioni Unite - in Libano, nel marzo 2006, vi sarebbero circa 404.000 profughi palestinesi, piú un numero imprecisato perché non “riconosciuti” dall’Unwra: il 60% vive al di sotto della soglia di povertà, la disoccupazione raggiunge il 70%. Continua il divieto ai palestinesi di acquistare case e beni immobili in Libano; inoltre i profughi non possono esercitare una settantina di mestieri fuori dai campi, i laureati palestinesi continuano a non essere medici, giuristi, architetti, ecc.

 

Allora la comunità internazionale e l’Unione Europea in particolare devono prendersi in carico due problemi strutturali:

1 – Superare la logica di guerra, il che significa battersi per una logica di vita - questo è ciò che simboleggia la bandiera arcobaleno. È quindi necessaria una garanzia assoluta che il comando della Forza di Interposizione, oggi schierata in Libano, rimanga strettamente sotto l’Onu, e non possa essere trasferita in nessun momento alla Nato. Deve risultare anche estremamente chiaro che la Forza Onu d’Interposizione non potrà mai, e in alcun modo, essere coinvolta in una ripresa o in un’estensione del conflitto, che coinvolgerebbe l’Europa e l’Italia nella guerra mediorientale. Cosí come deve essere escluso un suo impiego per proteggere le varie imprese che si lanceranno nel business della ricostruzione del Libano. Essendo poi singolare il fatto che una Forza Internazionale di Interposizione venga schierata sul territorio di uno dei due paesi belligeranti, quello attaccato, e non sul loro confine, deve essere chiaro che, finché tale forza opererà in territorio libanese, essa deve essere soggetta alla sovranità libanese. Affinché la forza di interposizione sia tale, garantendo israeliani, libanesi, e palestinesi, non può che essere accompagnata e seguita da concrete azioni costruttive, che non possono essere condotte con gli eserciti. Quindi, l’Europa e l’Italia riconoscano e dialoghino con il legittimo governo palestinese, e annullino tutte le disposizioni che attualmente impediscono l’erogazione di fondi direttamente al governo palestinese.

2 – Fornire una prospettiva politica e una speranza di vita diversa alle tre diverse realtà: ai circa 500.000 profughi palestinesi della diaspora, del Libano e che vivono senza nessuna prospettiva che non sia una condizione da campo di concentramento; ai palestinesi divenuti cittadini di Israele; agli abitanti nei territori occupati da Israele fin dal 1967, che esprimono articolati e diversificati bisogni e urgenze, poiché dietro la scientificità, le cifre ignorano il vissuto delle disuguaglianze.

      Inoltre vogliamo segnalare altri aspetti che riteniamo importanti:

Promuovere la presenza di volontari e di osservatori disarmati dando loro la libertà necessaria di movimento, oltre che agire per un monitoraggio degli eventi anche attraverso un’informazione trasparente in modo particolare del servizio radiotelevisivo pubblico.

Agire per l’embargo e il monitoraggio sulla vendita di tutti i tipi di armi nell’area Mediorientale e sugli accordi di cooperazione militare, denunciando l’accordo di collaborazione militare tra Italia e Israele (legge 94/2005); cosí come va bloccato qualsiasi finanziamento e accordo di collaborazione scientifica ed economica con organizzazioni israeliane collegate al ministero della Difesa.

Far sí che Israele rientri nel contesto del diritto internazionale, dando seguito a tutte le risoluzioni dell’Onu restate disattese e ritirarsi entro i confini del 1967 .

Lavorare per una Conferenza Internazionale di pace per la regione, uscendo dalla logica «niente negoziati, solo forza» (Kissinger).

Se lavoreremo, sostenendo una politica responsabilmente lontana dalla logica del confronto armato, si eviterà, forse, che la «missione Leonte» sia una semplice sospensione fra due guerre, e giocata solo in funzione di propaganda interna dei paesi partecipanti, relegando nell’ombra i bisogni, le aspirazioni, i sogni delle popolazioni mediorientali. Proprio per evitare questo, la sinistra - che vorremmo riunita - deve pensare e operare non per «progetti di un’ora ma di un tempo» (Ingrao), affinché ai palestinesi sia data immediatamente la possibilità di costruire un proprio Stato, indipendente, con confini certi, ed esterni allo Stato Israeliano, e internazionalmente riconosciuto. Questo costituirebbe una cesura con il “muro di ferro”, a tutt’oggi punto di riferimento incrollabile delle élites politiche israeliane, e che alimenta una politica fondata sulla pulizia etnica e sull’apartheid.

 

13 ottobre 2006, Villaggio «La Brocchi», località Canicce, Via Faentina, Borgo S. Lorenzo (FI)

 UBALDO CECCOLI

Avi Shlaim, storico israeliano, docente di relazioni internazionali al St. Anthony College di Oxford.

 

AREA DELLA SINISTRA TOSCANA

COMUNICATO STAMPA del 14.08.06

Vogliamo, con questo comunicato, mettere in luce come la risoluzione Onu sia il risultato di un compromesso che lascia obiettivamente molte ambiguità sul carattere sia militare, sia politico della “missione”. Infatti, non c’è la minima condanna delle stragi compiute da Israele, mentre si insiste sul disarmo dei «terroristi» Hezbollah, né c’è il minimo accenno alla “questione” di fondo, quella dei palestinesi, che è il “nodo” insoluto che ha infiammato e continuerà a infiammare il Medioriente, come non c’è alcun riferimento alle stragi compiute sempre da Israele a Gaza e altrove, nonché all’incredibile arresto di ministri del governo palestinese.

Così si lasciano intatte, e anzi peggiorate, tutte le condizioni che hanno portato alle guerre mediorientali passate, presenti e certo future. 

In queste condizioni, l’aspetto dominante del compromesso è dato dalla predominanza degli interessi Usa − è noto  che Israele è stretto alleato degli Usa e che fa ciò che fa perché ha gli Usa alle spalle, gli stessi interessi che hanno portato alla guerra senza soluzioni in Afghanistan, alla guerra senza vie d’uscita in Iraq, all’incancrenimento della situazione israelo-palestinese: politica imperiale tanto terroristica quanto insensata e incapace di imporsi, che crea e dilata situazioni di conflitto e instabilità permanente.

Va anche ricordato che precisamente questa politica ha distrutto tutte le formazioni e politiche di resistenza laiche (oltre che di sinistra), lasciando nelle mani del fondamentalismo islamico la conduzione e gestione delle contraddizioni che hanno portato e portano, e porteranno alla resistenza. 

È fin troppo facile prevedere che le truppe (affiancate all’esercito libanese) non potranno «disarmare Hezbollah» − a meno che non facciano loro la guerra al posto di Israele, e con gli stessi risultati che ha avuto Israele − e comunque si troveranno impantanate in un caos senza via d’uscita (ossia nella politica di destabilizzazione permanente degli Usa), e che o non serviranno a nulla, oppure … si comincerà a far rientrare morti e feriti .

Nella situazione data, oltre alle critiche di fondo indicate, oltre all’esigenza sempre più indifferibile di un mutamento di rotta in politica estera, occorre dire che non si può, e quindi non si deve, mandare truppe senza una stasi effettiva degli scontri e senza la contemporanea apertura di una politica − anche solo italiana, per incominciare − diversa verso il Libano e i paesi arabi nel loro complesso.

                                                                       Il coordinamento Regionale Toscano

AREA DELLA SINISTRA TOSCANA

COMUNICATO STAMPA del 28.06.06

VITTORIA NEL REFERENDUM E AZIONE IMMEDIATA E CONSEGUENTE 

 

Il «no» ha vinto in modo straordinario il referendum del 25-26 giugno, con un’affluenza alle urne che avrebbe superato anche il quorum, se ci fosse stato. La maggioranza cosciente dei cittadini italiani ha sventato lo stravolgimento retrivo della destra - che continua inutilmente a farfugliare le sue menzogne, spacciando quello che era un tentativo strisciante di colpo di Stato “bianco” (sulle linee tracciate a suo tempo dalla P2 di Gelli) come «riforme» e «cambiamenti» necessari.

Va riconosciuto in primo luogo il ruolo fondamentale e decisivo del lavoro attento, costante e capillare svolto dai Comitati per la difesa della Costituzione e per il «no» nel referendum - qui in Toscana sono in azione da anni -, che già ha portato alla raccolta di quasi un milione di firme e che è sboccato nel successo referendario. Il «no» è stato netto e preciso - un «no senza se e senza ma» -, e non permetteremo che le forze maggiori dell’Unione continuino a presentarlo, come hanno fatto nella campagna referendaria e fanno dopo questo successo, quale “mandato” per aprire «subito» il «dialogo» con l’opposizione di destra al fine dell’«indispensabile ammodernamento e aggiornamento» della Costituzione. È questa un’altra mistificazione, che afferma la necessità dell’«ammodernamento» senza spiegarla, e che punta anch’essa a uno stravolgimento, benché piú “morbido”, della nostra Carta costituzionale (vedi la «bozza Amato»), volto a rafforzare il potere centrale e a disperdere le condizioni della popolazione sotto poteri federali a loro volta rafforzati. Questo è il vero pericolo della politica bipartisan che evidenzierebbe l’Unione come semplice accordo elettorale per cacciare Berlusconi & Co., utilizzando a tal fine le forze della sinistra, per delegare poi ai leader lo sdoganamento della gestione centrista del potere.

Benché per ora appaia difficile il «dialogo» con la destra, diciamo chiaro e forte che comunque non si tratta sulla Costituzione con questa banda di fascisti, postfascisti, negatori dell’antifascismo, reazionari, xenofobi, affaristi, imbroglioni, affiliati alla P2: non sono interlocutori di niente. E diciamo chiaro e forte che la Costituzione non necessita di alcun «ammodernamento», ma di essere ripristinata: dall’eliminazione della sciagurata riforma del Titolo V alla rottura della “Costituzione materiale” che ha disatteso e stravolto la Carta costituzionale, fino alla sua blindatura sull’art. 138. La Costituzione non ha bisogno di «aggiornamenti», ma di essere applicata: dall’effettivo rispetto dell’Art. 11 (che vieta la presenza italiana in operazioni militari all’estero) alla messa in atto del regionalismo e della decentralizzazione (e non del federalismo, un passo indietro, che distrugge l’unità nazionale), con il ripristino del ruolo delle assemblee elettive e degli organi di controllo, e lo sviluppo della presenza democratica attiva, fino all’opera applicativa dei principi relativi al lavoro, alla casa, allo studio, alla salute, all’economia, ai diritti, per una politica di programmazione economica (sul piano della necessità e dell’utilità, e dell’ecocompatibilità) e di tutela del lavoro, di programmazione urbana che garantisca il diritto alla città e la salvaguardia della vita in città, di un’istruzione, formazione e ricerca connesse e indirizzate a tali linee programmatiche, di funzioni e servizi pubblici nei campi essenziali di civiltà, di ampliamento e affermazione dei diritti sociali e umani.

Ripristino e applicazione della Costituzione quale terreno di una politica antiliberista (e contro lo stato di guerra permanente che accompagna il neoliberismo mondiale), di una politica democratica (contro il bipolarismo forzato, il che comporta anche una legge elettorale proporzionale, con sbarramenti per evitare l’eccesso di dispersione, ma con rispetto delle diverse tendenze e presenze politiche e culturali) che operi per la ricomposizione unitaria della sinistra e il suo sviluppo, al di là dei giochi di potere e di vertice.

L’Area della Sinistra Toscana si dichiara impegnata ora e sempre su questo piano strategico.

 

Coordinamento regionale dell’Area della Sinistra Toscana

AREA DELLA SINISTRA TOSCANA

RELAZIONE INTRODUTTIVA ALL’ASSEMBLEA REGIONALE

ASSEMBLEA REGIONALE per la costituzione dell'Area della sinistra Toscana

Per l’unità della sinistra - Per la costruzione della Sinistra Europea 

Livorno, 11 giugno 2006

RELAZIONE INTRODUTTIVA ALL’ASSEMBLEA REGIONALE

Eccoci qui, in numero rilevante, date - tenetelo tutti presente - la mancanza di “visibilità” sui mass media, e peggio, la pochezza e la confusione (voluta) in quel minimo che è comparso, e date anche le incertezze, le sottovalutazioni, gli attendismi presenti nella sinistra. Ed è innanzitutto necessario dire che questa assemblea regionale intende senz’altro essere luogo di aperto e libero confronto, ma deve essere anche operativa: occorre pronunciarsi sulle decisioni da prendere, oggi, e non rinviarle a data da destinarsi, a ulteriori incontri e riunioni e discorsi.

I presenti sono - e giustamente - di varia provenienza: c’è una gamma di compagni “indipendenti” (coloro che sono politicamente impegnati, ma che non aderiscono a nessuna forza politica, attendendo un quadro organico di riferimento piú sicuro, e operando per esso; membri di comitati che intervengono su temi nodali, centrali, fondamentali, sul piano regionale ma con valenza nazionale e generale; e forse, va detto, anche compagni impegnati e tuttavia sfiduciati sulla possibilità di una reale ricomposizione della sinistra, fino quasi, in certi casi, a sentirne in qualche misura secondaria la necessità); vi sono compagni di Rifondazione comunista (nelle loro diverse “tendenze” interne), che partecipano a titolo personale, non come partito, con le sue istanze dirigenti, etc.; vi sono compagni della sinistra ds (sia dell’“area Salvi”, sia di quello che è stato il “correntone”), ovviamente anche a loro a titolo personale, e non certo come istanze di partito; vi sono altri compagni ancora, di estrazione e collocazione varia.

Dunque, indichiamo subito lo “spirito” con cui i promotori - che rispecchiano fra loro stessi la composizione prima indicata - si sono mossi e che ritengono necessario adottare oggi e per il nostro, auspicabile, futuro: un quadro di massimo bilanciamento fra “anime”, tendenze e aspettative, in cui non si chiede la “carta d’identità politica” a nessuno e si punta a raccogliere il massimo di spinte e richieste, di esigenze e contributi possibili e ricomponibili, in un processo aperto e dinamico - interattivo, come si dice oggi -, e che tuttavia tenda sempre a essere fattivo, costruttivo, operativo. 

Premesso ciò, entriamo in merito ai progetti politici in atto nel nuovo quadro che si è determinato nel paese, in base alla pur risicata vittoria elettorale sulla destra di Berlusconi & Co.

C’è, appunto, il progetto di costruzione del Polo della destra (il “Partito delle libertà” o come si chiamerà: di rado il termine «libertà» è stato cosí bistrattato) - non già condotto in porto, al contrario, e sulle cui sorti incideranno gli esiti del referendum confermativo del 25-26 giugno (referendum che non è affatto detto che sia già vinto per il fronte del «no» allo stravolgimento della Costituzione attuato dalla destra, per cui occorre tutto l’impegno che anche noi possiamo fornire, e su cui si aprirà poi lo scenario di un’ulteriore e fondamentale, e molto dura, battaglia politica, quella relativa alla già dichiarata discussione costruttiva fra l’Unione e la destra per l’«ammodernamento» della Costituzione stessa, affermato come ormai indispensabile).

C’è il progetto del Partito democratico, unificazione fra la Margherita e i ds, e altri “pezzi” ancora, che viene presentato (almeno in casa ds) come costruzione di una «sinistra moderata», ma che, per la natura della Margherita e degli altri “pezzi”, nonché delle posizioni e della politica concreta (nonché della pratica già in atto da tempo in tante amministrazioni regionali, provinciali, locali) di parte notevole della struttura del partito dei ds, si caratterizza come un partito di centro - certo, questa unificazione non sarà lineare e rapida, in primo luogo per lo scontro sulle “poltrone” e sul controllo dei centri di potere, e tuttavia è questa la via che verrà percorsa: perché va preso ormai atto che il partito dei ds in quanto tale (ci si riferisce a dirigenze, strutture, impostazioni, non alla massa di militanti, iscritti, elettori) ha subito una mutazione genetica, di cui la confluenza nel Partito democratico sarà l’atto conclusivo. E – su questo occorre fare attenzione– il Partito democratico sarà in qualche modo interessato ad avere una propria sinistra interna, ma non solo, anche una sinistra esterna a esso e tuttavia a esso connessa, che svolga il ruolo che svolgono le sinistre nei partiti e nelle coalizioni, di apporto, ma anche di copertura.

Infatti, e non a caso, sullo sfondo del quadro politico si alza la rinnovata ricerca di una sua strozzatura nel bipolarismo (tramite una nuova legge elettorale diretta a tale scopo e tramite la ripetuta e ribadita prospettiva di procedere a un “rimaneggiamento” costituzionale, presentato come «ammodernamento» e «aggiornamento», ma che sarà pur sempre finalizzato a rafforzare l’esecutivo centrale e a disperdere nodi, problemi, conflitti in situazioni locali, sotto esecutivi locali, anch’essi a loro volta rafforzati).

In questo contesto, parlare – come tanti fanno e come fa proprio la sinistra – di «sinistra dell’Unione» (cioè del centrosinistra) ha poco senso, o come minimo è ambiguo, o peggio: significa accettare in partenza il quadro bipolare - su imitazione di altri paesi, dell’Anglosassonia in primo luogo -, in cui la sinistra (sinistra ds, Rifondazione, Pdci, Verdi, ma, pur in modo piú mediato, e tuttavia inglobato, anche tutto quanto si può ricomprendere sotto la denominazione di «movimenti) viene forzata a configurarsi come appendice del centro, e questo sia dentro, sia fuori, ora dell’Unione, poi del Partito democratico - magari, sotto la minaccia del “taglio delle estreme” (a sinistra, come a destra), e sotto la scure di essere gettati nell’irrilevanza o nelle iniziative comunque parziali, riassorbibili, subalterne (oggettivamente, al di là dell’impegno personale, nonché delle illusioni). 

No. C’è il problema della sinistra nell’Unione, dentro la coalizione che è l’Unione, e, nel prossimo futuro, fuori dal Partito democratico. C’è il problema dell’attuale sinistra, franta e dispersa, ossia – ripetiamolo e specifichiamolo – quell’“insieme” che comprende “pezzi” facenti capo ai ds, partiti piú rilevanti o piú piccoli (peraltro divisi in “tendenze”), nonché associazioni, gruppi, collettivi, comitati diversi, aggregazioni varie, dal livello locale a quello nazionale. E c’è l’esigenza - ed è semplicemente irresponsabile, o peggio, pensare che possa essere ancora rinviata - di un terzo progetto, di un altro progetto, di un progetto alternativo: il progetto che riguarda la “sinistra-sinistra” - la sinistra senza l’insieme di aggettivi che ha oggi: quella, per distinguersi da quella «moderata», detta «radicale», «critica», alternativa», oppure «estrema», etc. Questa varietà di definizioni manifestano, in realtà, proprio la dispersione e la confusione presente. Peraltro, anche se il termine «sinistra» ha un significato storico e attuale, questo significato resta allusivo - si ricordi che ogni partito, o coalizione, o movimento, si articola sempre in una destra, un centro, una sinistra - e di per sé non chiarisce, né si chiarisce.

C’è bisogno della sinistra senza aggettivi, della sinistra che riprende l’obiettivo di fondo, e i principi, dell’oltrepassamento del modo di produzione vigente, del capitalismo, del “sistema” presente, e che non li ponga solo come “valori” di rimando, discorsi anche nobili, ma li traduca nell’elaborazione e nell’azione, nell’iniziativa – sul piano politico, economico, sociale, culturale - relativa alla situazione concreta, ai rapporti di forza presenti, alla loro modificazione.

In questo senso, abbiamo bisogno di un progetto di ricomposizione della sinistra in una formazione politica unitaria e unita: solo ciò può rafforzare, nella fase presente, la sinistra nell’Unione, e senza legarla mani e piedi all’Unione stessa (ossia al centrosinistra scivolante nel centrismo, al centro di “sistema”). Solo ciò può combattere quella strozzatura della democrazia esistente (democrazia formale e rappresentativa, «borghese», come si diceva un tempo) che è il bipolarismo - ingessato, tramite legge elettorale e mutamento costituzionale. Solo ciò può puntare al raccordo, alla ricomposizione, al superamento della dispersione e quindi della debolezza esistente, e invece all’esistenza e al potenziamento di una sinistra degna di questo nome.

È precisamente a questo che cerchiamo di dare il nostro massimo contributo, qui da noi, in Toscana, con il lavoro condotto in questi ultimi mesi e con l’assemblea di oggi: cerchiamo di definire il possibile progetto e di piú, di cominciare a praticarlo, a tradurlo in operatività. 

E teniamo conto, ben conto, del fondamento “duro”, che mette in crisi fin da subito la valenza della presenza della franta e divisa sinistra attuale nel governo, nella maggioranza parlamentare, nelle amministrazioni locali, e le possibilità di incidere in modo consistente e soprattutto continuativo da parte dei «movimenti». Il nocciolo della questione è il seguente: l’adesione agli imperativi dominanti nella fase attuale della globalizzazione - che si traducono nel neoliberismo mondiale (che è «neo» solo perché è stato riproposto di recente, ma non è altro che la vecchia ideologia liberista, il vecchio liberismo, con qualche “aggiornamentino” pseudoteorico), liberismo che è solo un’ideologia, una coscienza mistificata e mistificante, ideologia che esprime, e nel contempo copre, unicamente la priorità degli interessi del grande capitale multinazionale e transnazionale -, adesione da parte delle forze politiche maggiori, con diversità di proposte strategiche per il nostro paese: la destra, liberismo cialtrone e nella tutela e comando dei gruppi di potere economico; il centro ampliato alla sinistra, o centrosinistra, o Unione, liberismo con l’appoggio di qualche misura, che sarà faticosamente e riduttivamente varata, sul piano dei diritti liberaldemocratici e qualcosa di ancora maggiormente faticoso sul piano degli «ammortizzatori sociali». Differenze profonde, ma complementarietà sulla sostanza, e spacciandola come «interesse generale» o «interessi del paese». Basti pensare, in proposito, a quanto già si vede nei piani di Padoa Schioppa, ma anche alla natura di fondo di tutto il programma dell’Unione, dove i rimandi alla «liberalizzazione» e alla «competitività» si sprecano, e le deboli indicazioni di segmentati «piani di sviluppo» sono a esse funzionali – davvero, gridare “applichiamo il programma dell’Unione”, come si sta facendo la sinistra, significa, da un lato, riconoscere che anche le “concessioni” presenti in tale programma sono di opinabile attuazione, e, dall’altro, chiudersi da sé in un quadro subordinato a una politica liberista.

E la politica estera? È una politica che si riconosce, in buona sostanza, nella presente Unione europea - Unione europea neoliberista, condotta dalle élites della «classe politica» dei diversi paesi, sottratta a ogni effettivo controllo democratico (e peraltro in crisi, dopo la bocciatura del Trattato costituzionale liberista in Francia e Olanda) -, ma tiene anche ferma l’alleanza (alias la subalternità) nei confronti della superpotenza Usa. E tutti i temi della politica estera di pace, legati all’Art. 11 della nostra Costituzione? Art. 11 tenuto in nessun conto, le «missioni militari» dello Stato italiano all’estero continuano e sono in corso – non c’è solo l’Iraq, ricordiamolo –, ed è piuttosto irritante sentirle definire «missioni militari e non di guerra», con un ultimo bizantinismo, dopo le ciarle intollerabili sulle «missioni umanitarie» e sulle «operazioni di polizia».

Tutto questo cozza necessariamente con gli interessi effettivi della maggioranza della popolazione, e perciò spinge, come si è detto, alla strozzatura delle spinte, istanze, rivendicazioni popolari tramite il bipolarismo forzato e le future modifiche costituzionali, e tramite lo stesso retrogrado federalismo - assunto anche dall’Unione, scambiando l’esigenza del regionalismo e della decentralizzazione democratica con lo spezzettamento federale e il decentramento negli esecutivi locali accentrati. 

E dunque: no al bipolarismo, Unione come alleanza di fase con il centro contro la destra, ma autonomia della sinistra, e sua tendenza all’egemonia nel processo politico e culturale per il futuro.

E soffermiamoci un momento proprio sul tema della cultura. La cultura, il pensiero, la capacità di elaborazione della sinistra è disastrata. Lo è da tempo, e in particolare dagli anni ottanta del Novecento, nello specifico dalla caduta del «muro» a Berlino, dei regimi dell’Est e dell’Unione sovietica, e con il netto definirsi di regimi totalitari a capitalismo selvaggio come il sedicente comunismo cinese. Tanto che c’è chi si è semplicemente risolto a buttare a mare tutto quanto è accaduto, mantenendone al piú vaghe immagini di ideale o di sogno, facendo in tal modo da contraltare a minoranze nostalgiche (variegate: dallo scontro fra Stalin e Trockij, prendendo posizione per quest’ultimo, oppure viceversa per l’«ha da veni’ baffone», oppure per il Pci anni cinquanta-sessanta, e cosí via, per non parlare di quei pochi che rimandano al Psi e simili precraxiani). Conseguenze: confusione, carenza teoretica e analitica – tanto che ormai si prendono per elaborazioni comuniste sul piano economico quelle che sono solo rielaborazioni delle “ricette” del liberale Keynes, ma non si riesce nemmeno ad assumere una netta posizione sul piano economico contro le chiacchiere e la pratica del liberismo; tanto che si prendono per sinistra «critica», «radicale»,«alternativa» dei semplici e modesti liberaldemocratici (liberal negli Usa e communitarian in Inghilterra); tanto che si è perso anche l’uso della terminologia «lotta di classe», «natura di classe», «interessi di classe», «carattere di classe e non neutrale dello Stato», sentendoli come “modi vecchi” e “vecchi termini” – come se la presunta “vecchiaia” fosse in sé un’obiezione, e mentre la terminologia liberista è ancora piú vecchia –, e contrapponendo a ciò il “nuovo”, ossia le contraddizioni che sono venute emergendo (dalle questioni dette «di genere», a quelle dell’ambiente, dei diritti, etc.), come se queste fossero altro o in contrasto con le precedenti, e non dovessero fondersi con esse, nell’azione complessiva.

No, non si può buttare tutto a mare, e neanche ripiegare sul «vale piú la pratica che la grammatica» – con il suo complementare che «vale piú la grammatica» –, e neanche sulla nostalgia. No alla cancellazione della memoria e soprattutto del pensiero: occorre riprendere il meglio del patrimonio storico e di elaborazione del movimento operaio, socialista e comunista – di quello che si può definire socialcomunismo –, in relazione al presente, a pensare il presente, i nodi, temi e problemi del presente, in fusione con il livello nuovo di questioni, iniziative, elaborazioni, e anche con le nuove e valide attitudini e sensibilità. E su questo bisogna condurre una grande battaglia sul piano culturale – anche questa battaglia è necessaria, insieme all’iniziativa operativa sul piano politico, sociale ed economico. 

Si è parlato di altro progetto, per la sinistra, per la ricomposizione e la costruzione di una sinistra unitaria degna di questo nome. E qui si pone la questione dell’unico progetto in tal senso presentato a livello nazionale: la «Sezione italiana della Sinistra europea», che non può in alcun modo essere intesa come “costola” di Rc, come sua semplice “metamorfosi”, ma come ricomposizione potenziale di tutta la sinistra, come casa comune, come partito comune. Ripetiamo: è l’unico progetto posto sul tappeto. Quindi, non possiamo non assumerlo come referenza.

Detto ciò, la relazione con la «Sinistra europea» resta delicata e complessa: può essere, al momento, solo del tipo “sí ma …” (a differenza del «no senza se e senza ma» al referendum sulla Costituzione). E spieghiamoci: è un progetto di riferimento importante e interessante, ma è da costruire (come teoria e analisi, progetto e programma, oltre che nelle modalità costitutive). È molto probabile che si dovranno ammettere diverse tendenze al suo interno – da quelle che riusciranno a definirsi come comuniste oggi e non come astratto riferimento, a quelle piú, diciamo cosí, riformatrici e piú «movimentiste», e altro ancora. Il processo è e sarà molto variegato e molteplice; la partecipazione attiva – come contributo sui contenuti e sulle modalità – dell’associazione politica che qui proporremo di costituire è necessaria, ma può non essere possibile per tutti gli aderenti all’associazione stessa; quindi, lo diciamo e ribadiamo, non è comunque questa una condizione inderogabile per l’adesione all’associazione unitaria che andiamo a proporre.

La proposta di questa nostra associazione politica – che indichiamo con la denominazione di Area della Sinistra toscana – scaturisce in primo luogo da una considerazione negativa sulla situazione globale della sinistra, come si è detto, connessa però a quanto abbiamo avvertito come esigenza intrinseca alla realtà regionale, e alle diverse province, città, centri minori della Regione – la proposta della Sinistra europea è un’occasione importante di rapporti, di percorso e di processo, ma non li esaurisce. 

E allora, che si intende per questa sinistra, di cui proponiamo di fondare qui, per quanto possiamo, un nucleo di avvio del processo di ricomposizione e costruzione? Diciamolo con chiarezza: l’obiettivo di fondo è il superamento del modo di produzione vigente, ossia dei rapporti fondanti di esso. Il che significa socializzazione: avvio della socializzazione dei mezzi di produzione (dell’economico-capitalistico), dei mezzi di comunicazione e formazione (della creazione e trasmissione del sapere, e della diffusione culturale), dell’organizzazione del potere (del politico-statuale) e del luogo concreto in cui si vive, lo spazio urbano. E socializzazione vuol dire pubblicizzazione – per cui non basta la statizzazione (può essere un passo come proprietà, ma resta il compito di pensare ed esperire vie, forme e modi della pubblicizzazione-socializzazione, e della sua gestione, pianificata e articolata) – e superamento dei rapporti vigenti fra gli esseri umani (produttivi, sociali, urbani, culturali, politici: il capitale stesso non è una “cosa”, ma un rapporto), formando una nuova relazione fra attività, produzione, natura.

Lo spazio geopolitico in cui portare avanti questa apertura sull’avvenire è il «primo mondo» europeo, l’Europa - in relazione agli altri continenti, nelle loro peculiari complessità -, dove il dissesto complessivo provocato dalla presente fase della globalizzazione è un impedimento a imboccare vecchie vie di conservazione e reazione, essendo le loro diverse forme già state messe in atto ed essendosi esaurite. Il movimento no/new global è stato e resta di estrema importanza a livello mondiale – sottolineando e riempendo il vuoto lasciato dall’internazionalismo –, ma come «altromondialismo» non basta, perché non individua i terreni, i nodi e i centri dell’azione. Ciò che occorre è un netto e preciso «antimondialismo» contro la fase attuale della globalizzazione, unito alla ripresa dell’internazionalismo, come visione e concezione, iniziative politiche e prassi concrete. 

Se questo è l’impianto di fondo, questo va tradotto nella situazione concreta, costruendo un progetto e programma di fase. I suoi tre assi fondamentali appaiono tre: l’economico, l’urbano, il politico.

Sul piano economico, va indicato un netto mutamento di rotta: battersi per una programmazione articolata e combinata, con le misure di salvaguardia e protezione che la programmazione richiede. Una programmazione non basata sullo «sviluppismo» (crescita quantitativa), ma sulla necessità e utilità (sviluppo qualitativo), nell’ampliamento della sfera dei «beni comuni»; basata sulla salvaguardia e ripresa, e ricostruzione dove c’è stata desertificazione, del tessuto produttivo (compreso quanto va dalla ricerca al ripristino agricolo e ambientale); sulla non-considerazione della forza-lavoro come merce, ma come fondamento sociale e produttivo (quindi, individuare e stabilire i posti di lavoro, veri, contro ogni precarietà, e tutelare le condizioni di lavoro); rivalutazione dei redditi dipendenti (salari, stipendi, pensioni); mantenimento, ma anche controllo, delle forze del privatismo, sostituendole con forme di pubblicizzazione se non sono adeguate o non si adeguano. E ciò implica rapporti programmati di interscambio estero, di cooperazione e solidarietà (solo modo, peraltro, per affrontare la questione dei flussi migratori).

Sul piano politico, occorre contrastare la riduzione della democrazia rappresentativa a forma procedurale di consenso (per poi gestire “le cose” tramite l’élite della «classe politica» con il complesso dei suoi seguiti, degli apparati burocratici e della forza organizzata, in un comando accentrato e spesso parassitario). È necessaria, perciò, una maggiore e consapevole azione della base popolare, e puntare su una reale decentralizzazione (e non decentramento, sempre burocratico) alle Regioni e istituzioni minori (ripetiamo: regionalismo, non federalismo da devolution). Il terreno intermedio è posto, da un lato, dalla battaglia per la difesa, il ripristino e l’applicazione della Costituzione repubblicana del ’48; dall’altro, dalla crisi della rappresentanza – della «classe politica» e dei partiti (estesa ben oltre il nostro paese) –, per cui occorre mutare forme e modi di essere e agire dei «rappresentanti». A ciò va unita la lotta per la ripresa del ruolo delle assemblee elettive, e contro i modi di funzionamento della burocrazia, per la “destrutturazione” degli apparati burocratici, e per porli sotto un controllo sociale diverso da quello autoreferenziale e di vertice. Insomma, rivalorizzare le assemblee elettive insieme allo sviluppo delle forme di democrazia attiva, diretta.

Sul piano dell’urbano, occorre combattere il processo di disurbanizzazione e suburbanizzazione, per cui le città storiche sono destinate alla priorità dei centri direzionali, finanziari, commerciali, della speculazione, del primato dei centri istituzionali, e – dove è possibile – al turismo, mentre i cittadini ne vengono via via espulsi in periferie, e periferie di periferie, in suburbi – ghetti, belli o di massa, ma sempre ghetti –, segregazioni in un tessuto spaziale che non è campagna e non è città, ma sempre sottoposto agli imperativi degli investimenti immobiliari e della rendita e speculazione fondiaria e immobiliare, e a quelli della presente mobilità e dei vigenti imperativi economici, che causano ed estendono il degrado ambientale nel tessuto urbano ed extraurbano. Gli esseri umani ridotti in questo contesto, dove l’abitare cittadino si dissolve in un habitat funzionale all’asfittica conservazione e riproduzione dell’esistenza, sono precisamente quelli la cui socialità è sostituita dalla tv e dai suoi condizionamenti. La questione va affrontata nella globalità, mettendo in discussione i piani strutturali e infrastrutturali, e di «grandi opere», ed elaborando in primo luogo ciò che occorre secondo le esigenze dei cittadini.

In, e su, questi tre assi intrecciati – su cui proponiamo che la costituita associazione debba organizzare tre ampi convegni in cui esporre la propria elaborazione e lanciare le sue iniziative, generali e particolari – si può raccordare quanto è disperso, a partire da una vera politica e cultura di pace – perché dei cittadini (e non degli «utenti» o «fruitori») che vivono in effettive città (e non periferie e suburbi), in un’economia che comincia a funzionare negli interessi di tutti e che sono abituati all’attiva presenza democratica, non vogliono in alcun modo la guerra – per andare alle lotte sui beni comuni, sull’ecocompatibilità, contro il precariato, sulla tutela e sulle condizioni di lavoro, sulle condizioni di ricerca, formazione e istruzione, sui diritti umani e sociali, sulle differenze «di genere», giungendo fino alla questione energetica. Ed è cosí, ripetiamo, che si può affrontare la “questione-Europa” - ma anche aprire da subito, sempre per quanto ci è possibile, un’operatività sul piano internazionale. 

Venendo alla nostra regione: in Toscana abbiamo il terreno di confronto, ma anche di scontro, con il centrosinistra al governo regionale, nonché nella massima parte delle province e comuni – un terreno di confronto e, ripetiamo, di scontro, scontro peraltro necessario anche per tendere a strappare ogni terreno di strumentalizzazione e attrazione alla destra. In questo senso, non sentiamo tanto la nostra regione come «anomalia», ma piuttosto come Toscana-laboratorio. Di che? Non dell’Unione, se non come ricaduta tattica dell’azione, bensí di costruzione della sinistra, di quella sinistra che abbiamo indicato.

E dunque, se le lotte in corso possono e devono situarsi e ricomporsi nel quadro complessivo delineato, dobbiamo individuare anche gli ulteriori terreni prioritari di iniziativa, mentre - e ciò è altrettanto importante della ricomposizione in un fronte unitario delle azioni - miriamo a far sí che le questioni ora poste e pur sempre in qualche misura condotte come “locali” e/o “specifiche” non siano piú tali, ma riguardino tutta l’associazione e siano assunte, affrontate e condotte da tutta l’associazione stessa. 

L’Area si propone come associazione politica - non «rete», che finisce per non funzionare e comunque non durare, non come «federazione» o «confederazione», che sono relative ad accordi fra gruppi dirigenti partitici, e sono peraltro di ardua attuazione, e neanche ancora partito, per i limiti dell’aggregazione nonché per il suo carattere regionale -, ma comunque si propone come associazione politica operativa, che assume anche l’appartenenza di suoi aderenti a formazioni politiche e associazioni preesistenti: perché le vede come altrettanti terreni di operazione per quel superamento complessivo dell’attuale dispersione, verso la forza unitaria della sinistra alla cui costruzione intende dare tutto il suo contributo, e per cui vuole sorgere. Ciò comporta contraddizioni? Certo, ma ciò è precisamente necessario, nel processo che si intende avviare.

Gli impegni immediati dell’Area devono andare dal massimo impegno per il «no senza se e senza ma» nel referendum del 25-26 giugno all’assunzione delle questioni “scottanti” in atto, mentre si procede a organizzare i convegni indicati, partendo dal quello in cui la confusione regna sovrana: lo spazio urbano e la periferizzazione, suburbanizzazione, disurbanizzazione, quindi il diritto alla città. Inoltre, continuare sul piano economico con elaborazioni e prospettive già abbozzate in precedenza (a seguito del Convegno economico sulla situazione nella conurbazione Firenze-Prato-Pistoia, oltre che della Toscana in generale, tenuto il 3 marzo scorso), con l’idea di una proposta di legge (per cui rimando all’intervento in merito). Aggiungiamo, come supporto, la preparazione di una serie di iniziative di formazione sul piano teorico-culturale per la costruzione di un piú adeguato pensiero della sinistra.

A ciò si unisce la conduzione dei necessari rapporti nazionali ed extraregionali, sia con i comparti che si muovono verso la Sinistra europea, sia con altre situazioni, in cui l’esperienza toscana può servire non da “modello”, perché le situazioni sono troppo diverse, ma da stimolo, apporto e indicazione.

Su tutto ciò, tutti i presenti sono chiamati a esprimersi. E a pronunciarsi anche sulle seguenti proposte conclusive: 1) costituire un coordinamento regionale; 2) procedere ad assemblee locali (nelle città maggiori, ma anche nei centri minori) per “lanciare” e ampliare al massimo la nostra associazione e dar vita a coordinamenti locali (comunali e/o provinciali), a collegamenti conurbani; pensare a eventuali forme tesseramento, con l’impegno di definire di uno statuto e di procedere alla costituzione anche legale dell’associazione, individuando le sedi locali, oltre a quella regionale, e vedendo di darsi “voce”, a partire dell’ormai canonico sito internet.

MARIO MONFORTE 

Livorno, 11 giugno 2006

AREA DELLA SINISTRA TOSCANA

ASSEMBLEA REGIONALE - Livorno, 11 giugno 2006

ASSEMBLEA REGIONALE

per la costituzione

dell'Area della sinistra Toscana

Per l’unità della sinistra 

Per la costruzione della Sinistra Europea 

Livorno, 11 giugno 2006

Sala della Stazione marittima di Livorno, Calata Carrara 1 (dentro il Porto)  

- Ore 10 inizio lavori - Ore 13 interruzione e pranzo - Ore 14, 30 ripresa lavori - Ore 18 conclusioni

Info:Tel. e Fax 0586-211481; Cell. 338-1337573; E-mail: maxcosmico@alice.it

La sinistra è da tempo frammentata in “sparse membra” di un insieme più vasto – con non pochi “indipendenti” –, in cui le aspirazioni alla riunificazione si esprimono nelle già unitarie attività concrete. Anche le recenti elezioni politiche hanno segnato un risultato consistente della sinistra dell’Unione: la “sinistra diffusa” ha dato un segnale significativo per la ricomposizione, che va raccolto, valorizzato e organizzato, prima che svanisca. Di contro, c’è grande preoccupazione che la franta sinistra partitica rischi appiattimento, discredito e declino, soprattutto ora, inserita in un governo di centrosinistra che ha stretti margini parlamentari e che è segnato dal centrismo e dall’impianto a base liberista del grosso delle sue forze, mentre se i ds si fonderanno con la Margherita in un unico partito, questo sarà a dominante centrista, e mentre sulla stessa salvaguardia della Costituzione repubblicana uscita dalla Resistenza nel centrosinistra vi sono idee sostanzialmente ben diverse. La sinistra corre grossi rischi, se non farà qualcosa di davvero incisivo (ossia di modifica dell’assetto presente), mutando le basi su cui poggia la destra e il «moderatismo». E ciò vale anche per la partecipazione della sinistra alle amministrazioni regionali, provinciali, comunali. Perfino la linea di difesa dei diritti civili, di sostegno di alcuni ammortizzatori sociali, del conseguimento di una politica estera di pace, su cui si attesta la sinistra, adesso appare di ardua o comunque limitata attuazione.

 La divaricazione fra strumenti partitici e aspettative sociali non è più accettabile. È improcrastinabile superare questa situazione: di fronte alla mistificazione imperante della globalizzazione e i suoi dogmi neoliberisti ripetuti da «classe politica», pseudoscienzati, mass media, e imposti come imperativi e «modernizzazione»; di fronte, nel nostro paese, alla devastazione politica e istituzionale della stessa democrazia formale rappresentativa, alla disastrosa situazione economica (nello stato critico che intride questa fase della globalizzazione), alla crescita della povertà e della “forbice” fra classi, strati e ceti, alla rovina di precedenti conquiste sociali e diritti civili, alla pesante ristrutturazione dello spazio urbano e interurbano; di fronte, sul piano europeo, all’esigenza di iniziative incisive posta dalla crisi dell’Ue neoliberista delle élites della «classe politica»; di fronte, sul piano globale, allo stato permanente di guerra imperiale (condotta dagli Usa, ma anche da Stati europei e del «primo mondo»); di fronte all’avvitarsi del «sottosviluppo» e del disastro ambientale; di fronte all’insufficienza di contrasto, quando non la condivisione dei fattori di fondo di tali linee, da parte del grosso del centrosinistra.

Occorre cambiare strada, mutare paradigma, superare le “sparse membra” per una sinistra degna di questo nome, come proporzioni e capacità di rivolgersi alla società e in primo luogo alle attese della “sinistra diffusa”. Una sinistra coerente e conseguente con le premesse e promesse del movimento dei lavoratori, dei subordinati, degli oppressi, che riprenda e proponga l’oltrepassamento (sempre piú “maturo”, in questo tardo capitalismo) dello «stato di cose presente», non come “valori”, o trasformazioni millenaristiche, o rimando al passato del movimento (e sul passato è necessario procedere a fare la necessaria chiarezza critica). Perciò occorre riprendere e rilanciare non solo gli ideali ma anche i principi del socialismo e comunismo, e quindi dell’apertura della transizione, pensandoli nei termini del nostro presente. Ma tenendo fermo che transizione significa l’avvio della socializzazione dei mezzi di produzione (dell’economico-capitalistico), dei mezzi di comunicazione e formazione (della creazione e trasmissione del sapere, e della diffusione culturale), dell’organizzazione del potere (del politico-statuale) e del luogo concreto in cui si vive, lo spazio urbano. E che socializzazione significa pubblicizzazione – per cui non basta la statizzazione (può essere un passo come proprietà, ma resta il compito di pensare ed esperire vie, forme e modi della pubblicizzazione-socializzazione, e della sua gestione, pianificata e articolata) – e superamento dei rapporti vigenti (produttivi, sociali, urbani, culturali, politici: il capitale stesso non è una “cosa”, ma un rapporto), generando una nuova relazione fra produzione, natura, lavoro.

 Il luogo geopolitico in cui portare avanti questa apertura sull’avvenire è precisamente il «primo mondo» europeo - in relazione agli altri continenti, nelle loro peculiari complessità -, dove il dissesto complessivo provocato dalla presente fase della globalizzazione è e resterà un impedimento a imboccare vecchie vie di conservazione e reazione, essendo le loro diverse forme già state messe in atto ed essendosi esaurite. Il «movimento dei movimenti», che è avanzato dalla fine del Novecento fino a oggi, è un movimento globale di estrema importanza, che raccoglie l’opposizione, la protesta, le rivendicazioni che si levano anche spontaneamente a livello mondiale – sottolineando e riempendo il vuoto lasciato dall’internazionalismo, caduto da tempo –, ma la sua traduzione in «altromondialismo» non basta, perché non individua i terreni, i nodi e i centri dell’azione, ed è perciò esposto ai rischi di strumentalizzazione. Ciò che occorre non è un netto e preciso «antimondialismo» (contro la fase attuale della globalizzazione), unito alla ripresa dell’internazionalismo, inteso come visione e concezione, iniziative politiche e prassi concrete.

Questo impianto stabilisce una via, pone le basi per superare confusione e indeterminazione, indica la prospettiva, e il soggetto sociale: pur nella riduzione, frammentazione e polverizzazione sociali della classe operaia “classica”, nonché delle piú larghe classi subalterne, poiché la costituzione del soggetto è da sempre un fattore di consapevolezza e di congiuntura (politica, sociale, economica e culturale), va fornito un referente chiaro all’opposizione allo «stato di cose presente», in base alla sempre piú estesa oppressione dei rapporti vigenti.

 Nella specifica situazione politica del nostro paese, nell’attuale costruzione da sinistra dell’alleanza anti-destra con le forze del centro e della sinistra “di sistema”, occorre delineare un progetto e un programma intermedi – di fase – volti a spingere il centrosinistra il piú possibile oltre i suoi limiti, onde spostare l’assetto presente oltre l’attuale neoconservatorismo liberista, e volti ad aprire un’azione diversa rispetto all’Europa, e al mondo. Lo si può sintetizzare in tre direttrici di fondo – interconnesse e su cui sviluppare l’elaborazione –, l’economico, lo statuale, lo spaziale.

1) Sul piano dell’economico-capitalistico, davanti alla rovina in atto, davanti alle false riprese (perché la stagnazione resta il fattore di fondo), davanti alla richiesta del capitale di mettere tutte le risorse del paese al suo servizio per sostenerne la «competitività», davanti alle manovre del grande capitale finanziario transnazionale, va indicato un netto mutamento di rotta. Battersi per una programmazione articolata e combinata, dal livello centrale a quello regionale e locale, con le misure di salvaguardia e protezione che la programmazione richiede, e basata sui seguenti parametri: non «sviluppismo» (crescita quantitativa) ma necessità e utilità (sviluppo qualitativo) nell’ampliamento della sfera dei «beni comuni»; salvaguardia e ripresa, e ricostruzione dove c’è stata desertificazione, del tessuto produttivo (compreso quanto va dalla ricerca al ripristino agricolo e ambientale); non-considerazione della forza-lavoro come mera merce, ma come fondamento sociale e produttivo (individuare e stabilire i posti di lavoro, veri, contro ogni precarietà, e tutelare le condizioni di lavoro); rivalutazione dei redditi dipendenti (salari, stipendi, pensioni); mantenimento, ma anche controllo, delle forze del privatismo, sostituendole con forme di pubblicizzazione se non sono adeguate o non si adeguano. E ciò implica rapporti programmati di interscambio estero di cooperazione e solidarietà (solo modo, peraltro, per affrontare la questione dei flussi migratori). Dunque, alleanza di fase fra lavoratori e classi subalterne, e quella che si può definire borghesia nazionale, contro la borghesia transnazionale, lo sbocco nella finanziarizzazione, e nella speculazione e rendita.

2) Sul piano del politico-statuale, va contrastata la riduzione della democrazia formale rappresentativa a forma procedurale di consenso (come invece avviene nel nostro paese e in Europa), per poi gestire “le cose” tramite l’élite della «classe politica» con il complesso dei suoi seguiti, gli apparati burocratici e della forza organizzata, in un comando accentrato (che spesso ha anche componenti parassitarie). È necessaria, perciò, una maggiore e consapevole azione della base popolare, e una reale decentralizzazione (e non decentramento, sempre burocratico) alle Regioni e istituzioni minori (regionalismo, non federalismo da «devoluzione»). Il terreno intermedio è posto, da un lato, dalla battaglia per la difesa, il ripristino e l’applicazione della Costituzione repubblicana del ’48; dall’altro, dalla crisi della rappresentanza – della «classe politica» e dei partiti (estesa ben oltre il nostro paese) –, per cui occorre mutare forme e modi di essere e agire dei «rappresentanti». A ciò è indispensabile unire la lotta per la ripresa del ruolo delle assemblee elettive e contro le modalità di funzionamento della burocrazia, per la riduzione e la “destrutturazione” degli apparati burocratici, e per porli sotto un controllo sociale diverso da quello autoreferenziale, e di vertice: rivalorizzazione delle assemblee elettive combinata con lo sviluppo delle forme di democrazia partecipata, attiva, diretta.

3) Sul piano dello spazio urbano, occorre combattere il processo di disurbanizzazione, periferizzazione, suburbanizzazione, per cui le città storiche (più o meno antiche) sono destinate alla priorità dei centri direzionali, finanziari, commerciali, della speculazione, del primato dei centri istituzionali, e – dove è possibile – al turismo, mentre i cittadini ne vengono via via espulsi in periferie, e periferie di periferie, in suburbi – ghetti, di miglior livello o di massa, ma sempre ghetti –, segregazioni in un tessuto spaziale che non è campagna e non è città, ma sempre sottoposto agli imperativi degli investimenti immobiliari e della rendita e speculazione fondiaria e immobiliare, e a quelli della presente mobilità e dei vigenti imperativi economici, che causano ed estendono il degrado ambientale nel tessuto urbano ed extraurbano. Gli esseri umani sono “plasmati” dal contesto in cui si trovano: arricchiti in città, nell’abitare in una strutturazione spaziale che determina una ricchezza di relazioni; ridotti se questo contesto scompare, e l’abitare si dissolve in un habitat funzionale all’asfittica conservazione e riproduzione dell’esistenza. La questione va affrontata nella globalità, mettendo in discussione i piani strutturali e infrastrutturali (dai trasporti, e grandi opere, ai piani cittadini e conurbani), elaborando in primo luogo ciò che occorre secondo le esigenze dei cittadini: perché è su ciò che si decide se vi sono cittadini di una comunità civile, sociale, politica, vitale e risanata, oppure se si accetta la forma moderna di sudditi.

Tre assi intrecciati, che sono fondamento e contesto per l’azione sugli altri piani – che hanno tutti valenza in sé e vanno dall’ampia e articolata battaglia sul terreno della democratizzazione dei mass media, all’insieme di “nodi” vecchi e nuovi – Sud e «aree depresse» in genere; degrado, inquinamento e rovina ambientale, etc., comprendendo il livello dell’istruzione (che deve essere pubblica, ma che va anche restituita di senso, e lo può essere, nel quadro delineato) e della ricerca, della condizione dei servizi e funzioni sociali, del contrasto alla disgregazione sociale. Questo impianto illumina anche l’azione da condurre a livello regionale, provinciale, comunale: la traduzione negli obiettivi specifici va relazionata alla situazione concreta, vedendo quanto si può conquistare tramite la pressione diretta, l’iniziativa nelle assemblee elettive, le stesse presenze nelle giunte, e vedendo come rapportarsi a tali organi e alle maggioranze politiche presenti – ma senza farsene condizionare, perché principale resta l’iniziativa di ampio respiro, generale e articolata a livello sociale e civile, che utilizzi tali presenze come supporto e sbocchi parziali, ma non vi si subordini (e, se del caso, le sconfessi).

 Su queste basi, e con lo spirito di innescare un processo di riaggregazione della sinistra e parteciparvi - un processo aperto e senza pretese di egemonia da parte di nessuno, con la consapevolezza della sua complessità e della priorità in esso dell’agenda politica -, si può fondare l’avvio della ricomposizione della sinistra stessa. E si è delineata la possibilità, effettiva, di una ri-costruzione che superi il mero “incollaggio” di componenti e persone, per andare verso la costruzione di una forza che sia all’altezza della fase attuale. Tale esigenza è emersa in molte città toscane. E non la si può eludere e deludere. La responsabilità, che si può ben dire storica, di un fallimento sarà di chi, ancora una volta, vorrà rimandare, sviare, difendere interessi particolari, quando non “di bottega”, e continuare in questo ottuso presente, che ci sta conducendo in un vicolo cieco.

È possibile raccogliersi in un’unitaria associazione politica – aperta ad altre successive adesioni –, che tenga attento conto delle diverse “anime”, ma operativa; che non contrasti con la presenza dei suoi aderenti nelle componenti attuali della sinistra, ma si collochi accanto a esse e, nel contempo, oltre; che miri a larghi rapporti a livello nazionale, e allo sbocco sul piano europeo, e internazionale, e perciò si rapporti alla proposta della «Sinistra europea», pur assumendo modi e tempi diversi per i propri componenti, ma dandovi da subito l’apporto di sue adesioni e dei propri contenuti. È un avvio, ma già un salto di qualità, di grande importanza nella nostra regione, e di spinta rilevante a livello nazionale. Perciò proponiamo la costituzione dell’«Area della sinistra toscana»: verso la costruzione della formazione politica unitaria della sinistra, necessaria per il futuro, e per l’immediato presente, nostro, e di tutto il paese – in una prospettiva europea e internazionalista.

 TERRENI IMMEDIATI E PRIORITARI DI INIZIATIVA

 1) Democrazia in azione a livello istituzionale. – Contro la riduzione della democrazia a democrazia procedurale, estendere la battaglia per la ripresa della democrazia costituzionale (quindi in primo luogo condurre la battaglia per il «no» nel referendum confermativo sullo stravolgimento della Costituzione voluta dalla destra) e portare avanti lo sviluppo della democrazia reale, andando dal recupero-valorizzazione del ruolo delle assemblee elettive alla costruzione della presenza e pressione “dal basso”, puntando al ripristino delle istanze di controllo su operato e funzionamento di istituzioni e organismi decisionali, e pensando alla creazione di nuovi organi di controllo.

2) Democrazia in azione a livello economico e sociale.– Contro le vecchie e nuove disuguaglianze economiche e sociali, intrecciate con la violenza economica e sociale organica alla globalizzazione neoliberista, attuare un’opera di riaggregazione delle classi sfruttate e subalterne, imponendo e ampliando i «beni comuni» come pubblici, sviluppando un’azione di contrasto alla delocalizzazione e allo sbocco nella speculazione e rendita immobiliare, operando contro la precarizzazione, nello sviluppo del lavoro, come collocazione non precaria e come valore sociale, e nella tutela delle condizioni stesse di lavoro, aprendo prospettive di politica economica di programmazione, includendo in essa l’esigenza di riequilibrio socio-ambientale e la necessità di tenere conto dell’ecocompatibilità (questione dell’energia, dell’acqua, dei rifiuti, etc.).

3) Democrazia in azione a livello urbano. – Contro la disurbanizzazione, rilanciare il diritto alla città, alla vita della e nella città, sostenendo il ripristino e il potenziamento dei «servizi» e «funzioni» sociali pubblici fondamentali per tale esistenza, contrastando la disurbanizzazione e ponendo al primo posto i diritti dei cittadini, dalla collocazione lavorativa all’abitazione, all’istruzione e alla cultura, alla sanità e all’assistenza, all’ambiente sano, nonché al decisivo diritto alla pace.

4) Democrazia in azione a livello culturale. – Per l’autonomia culturale contro l’«americanismo» nelle sue diverse forme e traduzioni nel nostro paese, che si combina con il conservatorismo e l’oscurantismo storici, nonché con la ripresa della pressione culturale (ma anche dell’ingerenza politica) del cattolicesimo integralista e della Chiesa, e che coltiva la spoliticizzazione di massa, sviluppare un’articolata iniziativa sul piano culturale in generale e su quello della cultura politica in particolare, sviluppando in primo luogo la cultura della pace e dei diritti umani, impiantando inoltre un’azione diretta ad affrontare il presente modo di essere dei media, ma ponendosi nel contempo l’obiettivo di fornirsi di efficaci strumenti mediatici di comunicazione e operatività culturale e politica (uso di internet, radio, tv).

Luigi Biagioni, Claudio Bicchielli, Ubaldo Ceccoli, Massimo De Santi, Marcello Fiaschi, Paolo Francini, Donatella Gavarini, Maurizio Giardi, Federico Lenzi, Alessandro Leoni, Claudio Marmugi, Siliano Mollitti, Mario Monforte, Laura Pardossi, Roberto Passini, Bobo Rondelli, Tiziano Rosselli, Marcello Rossi, Cristina Scillico, Monica Sgherri, Marco Tommasiello, Alessandro Trotta, Paola Turio, Mauro Vannoni 

AREA DELLA SINISTRA TOSCANA

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